In Italia, pensare alle maschere ci viene istintivo. Molte tradizioni del carnevale prevedono appunto di mascherarsi o di travestirsi. Per esempio, Pulcinella e Pierrot sono immagini ben caratterizzate nella nostra mente, associate a ben precisi personaggi di specifiche usanze. Ma al loro posto, avrei potuto usare qualsiasi altro nome.

L’origine di questa festività risale a tempi molto antichi e prevedeva momenti di capovolgimento degli ordini sociali. Tuttavia, il carnevale non rappresenta l’unico momento in cui compaiono le maschere. Questi manufatti usati per coprire anche solo parzialmente il viso hanno anche un loro utilizzo in rituali religiosi, rappresentazioni teatrali o come simbolo di appartenenza a un clan.
Molti studi psicologici e antropologici hanno evidenziato come indossare una maschera possa esprimere in modo unico un lato della propria personalità ma senza dimenticarsi dell’essenza di una persona o anche creare un senso di comunità. A tale scopo, è frequente l’uso di maschere e costumi nel mondo del cinema. Addirittura alcune maschere hanno caratterizzato in modo univoco una produzione cinematografica.

Maschere: strumenti di potere e simboli

Uno degli esempi di maggiore impatto nel mondo del cinema è senz’altro il film del 2006 V per vendetta, adattamento dell’omonimo romanzo a fumetti. Il film è uscito quindici anni fa, quindi ormai non corriamo più il pericolo di fare spoiler. L’ambientazione, dai toni fortemente distopici, è quella di un Regno Unito fortemente militarizzato e repressivo. In quest’universo dove le libertà sono molto limitate, a opporsi al regime è un individuo misterioso con la maschera di Guy Fawkes, tramite diverse azioni dimostrative e l’invio di una maschera come la sua a tutta la popolazione. Questo film fa del simbolismo un asse importante, in quanto la data scelta per l’attentato finale è il 5 novembre, anniversario della Notte delle Polveri, in cui Guy Fawkes era uno dei cospiratori.

Più che un personaggio, lo stesso V è un simbolo. Può essere chiunque e sceglie consciamente di liberarsi di un’identità che non considera più sua. V dice chiaramente di non avere un nome. Non ha nemmeno un volto, in quanto non viene mostrato direttamente. L’uso della maschera rende particolarmente evidente il fatto che può incarnare qualsiasi persona, come viene detto anche da Evie alla fine.
La maschera di Guy Fawkes diventa, da dopo il film, uno strumento di protesta contro banche, politici e istituzioni finanziarie, ideale sia per nascondere l’identità delle persone sia per dimostrare il loro impegno per una causa comune. È stata anche usata dagli attivisti di Anonymous, nel corso delle rivolte della primavera araba e, più di recente, anche alle proteste al Campidoglio dei sostenitori di Trump.

Il caso de La casa de papel: un senso di comunità

Un altro esempio, decisamente più contemporaneo, di come le maschere entrino nell’immaginario collettivo è rappresentato da La casa di carta, fortunata serie targata Netflix giunta ormai alla quinta (e ultima) stagione. Una delle maschere scelte in questo caso fa riferimento alla tradizione culturale spagnola, in particolare a uno degli artisti spagnoli più famosi: Salvador Dalì. Le quattro parti andate in onda fin ora raccontano le storie di due rapine, la prima alla Zecca di stato e la seconda alla Banca di Spagna, vista dal punto di vista della banda. Elementi che caratterizzano entrambe le rapine sono le tute rosse, le armi e le maschere di Dalì, che vengono usate sia dai rapinatori che dagli ostaggi e servono a nascondere i veri artefici in caso di irruzione.
Geniale, a questo proposito, è stata l’idea di cambiare le maschere per sventare l’irruzione delle forze di polizia nella prima parte. In altre parole, in questa serie le maschere assumono un ruolo di spicco e permettono ai cittadini comuni di immedesimarsi meglio nel gruppo dei rapinatori, instaurando un senso di comunità.

Aldilà del senso di comunità: cosa rappresenta la maschera?

Ma qual è il significato da attribuire alle maschere? Beh, questo è del tutto personale. Si può fare riferimento allo scopo per cui sono usate, al livello di connessione emotiva che si vuole dall’esterno o anche alla follia di un artista che ha oltrepassato i limiti di un’arte cristallizzata. In ogni caso, vedendo la serie siamo portati a schierarci con la banda.
Dietro la maschera di Dalì potrebbe esserci chiunque di noi. Il messaggio significativo de La casa di carta è che il pesce piccolo può vincere contro il pesce grosso. Con questi presupposti, uno dei significati rappresentati dalla maschera è la resistenza di fronte alle ingiustizie. Emblematici anche l’uso del canto partigiano Bella ciao e del colore rosso, da sempre simbolo di rivoluzione, per le loro tute. Una seconda interpretazione è quella che vede nelle maschere un riferimento alla pazzia di Dalì e alla sua genialità, che hanno spinto le avanguardie artistiche verso posizioni ancora più estreme. In questo senso, l’arte di Dalì è stata un’arte di resistenza. Per questo, indossare la maschera fa vedere il mondo sotto un’ottica diversa, più equa.

E, se il simbolismo è forte, perché proprio Dalì?

Tuttavia, non tutti i tasselli sono al loro posto. Da una parte, il simbolismo usato mette i protagonisti in perfetta analogia con i Robin Hood dei giorni nostri. Dall’altra, la maschera che rende uguali rapinatori e ostaggi rappresenta l’immagine di un sostenitore del regime franchista e oppositore proprio di quella resistenza incarnata dalla banda.

Perché usare proprio Dalì e non un Velasquez, un Garcia Lorca o un Picasso o un altro artista straniero? Un motivo potrebbe essere l’ironia, il voler prendersi gioco di quelle ideologie che hanno messo la Spagna in crisi per tutto il regime. Infatti, Dalì ha abbracciato tutte le fedi politiche nella sua vita, dall’anarchia, al comunismo e ancora al comunismo.
Proprio per questo, usare la sua immagine è un profondo atto di sfida verso chi ha consciamente appoggiato la dittatura, un atto di resistenza verso l’oppressore. Riappropriarci di ciò che è nostro e che non ci viene dato, questa è la missione della banda e del Professore. E ci riusciranno? Potremmo scoprirlo solo tra qualche mese, pronti per la quinta parte?

Questo articolo è stato scritto da...

Marco Ravenna

Autore

Cresciuto a pane, Disney e sostenitore del motto "Ruolare, sempre, duro!", vengo da quella terra di nessuno al confine tra Liguria e Toscana. Modi sicuri per approcciarmi? Invitarmi a una maratona LOTR (edizione estesa, se ve lo steste chiedendo) con drinking challenge o, molto più semplicemente, parlare di fantasy o di matematica.

Il mio motto è Wit beyond measure is a man's greatest treasure, che normalmente completo con "o pleasure, vedete un po' voi". E no, niente P. Sherman, 42 Wallaby Way, Sydney!