Johannes Betzler, detto Jojo, 10 anni, biondo con gli occhi azzurri. Si potrebbe pensare alla classica figura del bambino che gioca e vive la sua infanzia con spensieratezza tra gli amichetti e la scuola; e invece no. Jojo ha un carattere schivo, timido, fa fatica a fare amicizia coi suoi coetanei e non ha tempo da sprecare per giocare o stringere legami. Lui ha altri importanti obiettivi nella sua vita, attuabili solo interessandosi alla politica e cercando di essere un buon cittadino per il paese dove vive. Alla fine, è un ragazzino comune, solo che Jojo è nato nel 1935 e vive a Berlino nel pieno del regime nazionalsocialista. Non ha conosciuto altro sistema governativo se non quello del totalitarismo ed è assolutamente sicuro che la sua vita verrà completamente appagata nella realizzazione degli ideali del governo del Terzo Reich, diventando l’uomo ariano perfetto.

Jojo non è un bambino come tutti gli altri, perché lui ha un piccolo segreto: è il migliore amico di Adolf Hitler (interpretato dallo stesso regista Taika Waititi). O meglio, Hitler è presente, anche se è una proiezione della sua fantasia e del suo carattere, essendo a tutti gli effetti un amico immaginario. Il suo sogno nel cassetto: diventare uno dei bracci destri del Fuhrer.

D’altronde, entrando a far parte della Gioventù hitleriana e diventando un soldato, la strada per realizzarsi dovrebbe essere facile, no? Cosa mai potrebbe andare storto?

Diciamo che gli ostacoli sono sempre dietro l’angolo e quando il piccolo Johannes decide di non uccidere un coniglietto durante un’esercitazione delle giovani reclute, con la conseguenza di dimostrare più tardi il suo coraggio facendosi accidentalmente esplodere ai piedi una granata, le cose iniziano a farsi un pochino complicate. E si aggravano ulteriormente quando il protagonista scopre che dentro i muri di casa si aggira una ragazza ebrea, la quale lo minaccia ripetutamente. La strada per diventare un perfetto esemplare della razza ariana sembra più difficile di quel che si aspettava e Jojo sarà costretto ad affrontare una serie di rocambolesche e bizzarre dis-avventure al fine di comprendere chi sia il vero nemico e come si coltiva un’amicizia sincera.

Jojo Rabbit: un film che parodizza la propaganda a colpi di fiaba

Per la regia di Taika Waititi, il film Jojo Rabbit, uscito nel 2019 e vincitore del premio Oscar come Miglior Sceneggiatura non originale, è una commedia satirica di stampo americano a tratti grottesca che ritorna su un argomento storico da tempo dibattuto e parodiato.

Adattamento del romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens, la trama ruota attorno alla vita quotidiana di un bambino nato e cresciuto sotto il regime nazista, mostrandoci sullo sfondo gli ultimi giorni della guerra nel 1945 e della resa di Berlino.

Ammiccando alle sceneggiature dei film di Wes Anderson (nello specifico c’è un riferimento alla trama di Moonrise Kingdom nel rappresentare la Gioventù hitleriana come un’allegra scampagnata di boy-scout), Waititi ci catapulta in uno scenario dai toni caricaturali e fiabeschi, ipotizzando come potesse essere la realtà vista dagli occhi di un bambino dell’epoca.

Tutto nella storia di Jojo (interpretato da Roman Griffin Davis) viene costruito su una serie di cliché, personaggi e situazioni al limite dell’inverosimile i quali, a mano a mano che la trama si evolve, assumono delle caratteristiche sempre più reali e tangibili. Come nella risoluzione delle fiabe, dove solo nel finale scopriamo come esse si siano metaforicamente incrociate con la quotidianità e il messaggio che realmente vogliono trasmetterci, il mondo “fiabesco” nel quale si muove il protagonista è il mondo alimentato e voluto dalla propaganda del totalitarismo.

Tra manifesti, scritti e passaparola, vengono creati determinati tipi di eroi buoni contrapposti ad altrettanti nemici, che hanno più l’aspetto di mostri fantascientifici e orrorifici, piuttosto che rispecchiare le plausibili cattiverie insite nell’essere umano. Mostri come quelli rappresentati dal personaggio di Elsa (Thomasin McKenzie): ragazza di origine ebraica che nella realtà sta scappando dalla persecuzione della società nazista, ospitata in segreto dalla mamma del protagonista, ma che nella mente di Jojo altro non è che una creatura “non umana”. Un parassita che può controllare la mente dei tedeschi, che può trasformarsi in svariati animali e altri orrori e che adora la bruttezza, proprio come gli antagonisti delle fiabe. Jojo non fa altro che ripetere con tono saccente parole e concetti indottrinati dalla politica del regime, alimentata dalle dicerie e dalle paure; ostentando a tutti gli effetti quello che è stato il fondamento per la creazione de “l’uomo nuovo” decantato dai totalitarismi. Un uomo che, anche di fronte all’evidenza, non riesce più a distinguere ciò che è reale da ciò che è fantastico.

Tuttavia, Elsa non viene rappresentata solo come una parte lesa. Certamente mostra paura e timore perfettamente umani, ma non soccombe alle puerili minacce del piccolo Johannes e ribalta abilmente la situazione a suo vantaggio, giocando sugli stessi stereotipi con i quali viene etichettata. Attaccando per non essere a sua volta attaccata, Elsa cambia costantemente forma nella mente del protagonista. Con il passare del tempo e approfondendo la conoscenza, il parassita “non umano” che la ragazza rappresentava, diventa una sorta di figura elfica e magica, piena di bellezza e di conoscenza, tanto da suscitare le farfalle nello stomaco al piccolo Jojo.

Tra eroi e avversari la linea che li differenzia è sottile…

Il film mostra come i timori e la creazione di mostri siano comunque una ruota che continua a girare e si auto alimenta costantemente con il passare del tempo e il mutamento delle ideologie. Ed ecco che i nemici che prima venivano additati come il capro espiatorio di tutte le colpe della società, ora perdono significato con il terrore della guerra che si sta esaurendo e vengono subito generate nuove paure, nuovi nemici e nuovi mostri. I vecchi ideali crollano e di conseguenza anche la sicurezza che essi davano. Ciò che prima poteva salvarti, ora può condannarti.

Ogni personaggio è funzionale allo sviluppo della trama e specialmente allo sviluppo della figura del protagonista che seguirà un progressivo e costante percorso di formazione interiore, portandolo lentamente a sviluppare il proprio pensiero, attraverso un carattere giudizioso che di fondo aveva sempre avuto. Interessante vedere come la figura del suo amico immaginario Adolf Hitler sia stato scritto per perdere progressivamente di centralità e smetta di ostentare affetto a mano a mano che Jojo ed Elsa accrescono la loro amicizia. Adolf perde i toni buffi e smaliziati che possedeva all’inizio e si rivela solo verso la conclusione come l’ostacolo più grande da affrontare, ovvero le barriere mentali create da Jojo stesso. Oppure nelle figure di eroi così simili e diametralmente opposti come quelli del Capitano K. (Sam Rockwell) e la madre di Jojo, Rosie (Scarlett Johansson). Entrambe figure che lottano a modo loro e sostengono il concetto di amore e di affetto.

Sulle note di un cucciolo di leone che si credeva già una tigre

Il regista racconta la storia attraverso diversi piani narrativi che si snodano sia con la costruzione dei personaggi e dei dialoghi, sia sul piano delle inquadrature e delle scenografie, con scene costruite per trasmettere in maniera diretta e funzionale con tutta una serie di metafore. Ultima, ma non per questo meno importante, la colonna sonora. Una parte basata sui successi di band e cantanti della sfera moderna e postmoderna, accostando miti e reazioni dei fan a idoli diversi. Nell’altra parte, scritta da Michael Giacchino, si alternano invece motivetti di parate e marce militari con le note di un carillon, a sottolineare i grandi ideali sognati da un bambino che ha ancora dieci anni. Un bambino che come tutti insegue un’aspirazione e crede di essere già grande, di poter fare delle scelte come quelle che affrontano gli adulti, ma pian piano si renderà conto delle conseguenze che ogni decisione potrebbe portare e impara a rispettare la sua età.

Per quanto il film sia costruito con una chiave di lettura semplice e accessibile a più fasce di età, esso è disseminato da una miriade di riferimenti e messaggi che possono essere intercalati tranquillamente anche per leggere la società a noi contemporanea. D’altronde «ognuno fa quello che può», dato che non tutti hanno la possibilità di «guardare una tigre negli occhi».

Questo articolo è stato scritto da...


Elena Miatto

Autrice e Illustratrice

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