Mai come nell’anno appena trascorso abbiamo provato sulla nostra pelle le conseguenze di stare lontani (o addirittura isolati) dai nostri cari. Presupposto fondamentale della socialità, la vicinanza ha da sempre caratterizzato la natura umana. Ci sono stati però momenti nella storia in cui stare in compagnia o anche semplicemente mostrarsi in pubblico con determinate categorie di persone era considerato riprovevole. Nella Germania nazista, ad esempio, frequentare amici o conoscenti ebrei era qualcosa da cui guardarsi attentamente; negli Stati Uniti degli anni sessanta, com’è risaputo, era in vigore la segregazione razziale, secondo cui i “neri” dovevano stare ben distanti e separati dai “bianchi”. Ed è proprio in questo contesto che è ambientato il film di cui parleremo oggi. Una vicenda, basata su fatti realmente accaduti, che evidenzia quanto lo stare a contatto con chi è “altro” da noi, nonostante le differenze, può anche risultare una bella sorpresa.

La trama

Green Book è un film del 2018, diretto da Peter Farrelly, con protagonisti Mahershala Ali e Viggo Mortensen. Essi interpretano rispettivamente Donald Shirley, detto Don, pianista afroamericano di fama mondiale, e Tony Lip, buttafuori italoamericano del Bronx. La storia inizia quando Tony, dopo aver perso il lavoro, si trova costretto a cercarne un altro per poter mantenere la propria famiglia. Accetta quindi di lavorare per Don, il quale necessita di un autista e tuttofare che lo accompagni (e, qualora fosse necessario, lo protegga) in un tour negli stati del sud, per niente ospitali verso le persone di colore.
Il rapporto tra i due è inizialmente diffidente e problematico, sia a causa dei pregiudizi di Tony che del carattere altezzoso di Don. Nel tempo, però, i due instaurano un legame sempre più profondo: Tony si rende conto del grande talento di Don e lo aiuta in diverse circostanze. Al contempo, Don, inizialmente fiero e composto, si apre con Tony, mettendo a nudo la sua fragilità e le sue debolezze. Nasce quindi una grande amicizia, sulla quale però non si andrà più a fondo perché merita di essere scoperta e vissuta direttamente dallo spettatore.

Il messaggio

Tutto quello che viene raccontato è ben più di un semplice viaggio: non ci troviamo di fronte al classico road-movie, in cui si sconfina troppo o nel comico o nel drammatico. Si tratta di una pellicola che racconta la vita in quel preciso periodo storico, fatto di barriere sociali, contraddizioni, difficoltà, il tutto reso in maniera molto realistica e credibile, grazie anche alle ottime performance attoriali. L’approfondirsi del rapporto tra i due protagonisti non è affatto forzato e artificioso, è anzi reso molto verosimile sulla base degli eventi, che si susseguono con un ritmo che non risulta mai noioso o troppo frenetico. Il superamento degli ostacoli iniziali avviene in maniera reale, emozionante e sincera: nonostante Don e Tony appartengano a mondi diametralmente opposti, essi imparano a conoscersi e a rispettarsi per quello che sono, senza maschere, senza ipocrisia o apparenza. Questo è il messaggio principale: al di là di qualsiasi generalizzazione (colore della pelle, provenienza, costumi/abitudini etc.), quando si mostra al prossimo la propria autentica natura, sia con le parole ma soprattutto con le azioni, si può essere stimati e apprezzati al di là di qualsiasi preconcetto, in qualsiasi epoca, in qualsiasi contesto, in ogni quando e in ogni dove.

Il lascito

È opportuno soffermarsi su quanto questa pellicola sia essenziale, genuina: nulla viene dato per scontato, e anche il minimo passo in avanti nella costruzione del rapporto tra Don e Tony è frutto di fatti concreti e tangibili. I pregiudizi non vengono esorcizzati a prescindere: sono parte dell’indole umana (per una risposta ancestrale verso ciò che non si conosce, per ragioni culturali specifiche in un dato periodo storico, etc.). Ma quello che conta di più, il lascito più bello che questo film può offrire allo spettatore, è che le azioni più di ogni altra cosa (anche le più elementari, un gesto gentile, una buona parola, etc.) possono sovvertire e sgretolare qualsiasi scoglio di tipo ideologico. Perché spesso, di fronte a questioni complesse come quelle del razzismo e della discriminazione, che tanto allontanano gli individui, si deve partire dalle basi, dalle cose più semplici e immediate, dai rapporti interpersonali, dalla conoscenza del prossimo. Avvicinarsi quindi, magari anche a piccoli passi, a chi ci sta di fronte, senza troppi timori o remore. Perché solo con l’esperienza diretta ci si può fare un’idea tangibile della vera essenza di chi appare così differente da noi, eventualmente finanche ad instaurare delle nuove preziose conoscenze, che tanto valore hanno proprio in ragione delle diversità, personali e culturali, su cui poggiano.

Un piccolo extra

Credo sia utile riportare anche le parole di Viggo Mortensen, che chiariscono meglio di qualsiasi altro ragionamento perché Green Book è un film assolutamente da non perdere:
«Secondo me il regista Peter Farrelly e gli altri son riusciti a raccontare una storia molto vera, che sa far ridere e piangere insieme. […] una bella storia del passato che può aiutarci a capire il presente. È un film davvero speciale, perché non ti dice cosa pensare, cosa ascoltare o vedere. Evita le lezioni, ma ci invita a seguirlo. E forse a riflettere su quanto sbagliate siano certe prime impressioni. […] I piccoli gesti che facciamo sono importanti. Aiutare gli altri, essere gentili, chiedere scusa sono scelte che ci rendono quello che siamo. Non i nostri genitori, il colore della nostra pelle, quello che possediamo o le lauree che abbiamo. Piuttosto, è quel che facciamo, soprattutto quando nessuno ci vede. È il motivo per cui questo film è tanto bello».

Questo articolo è stato scritto da...

Daniel Boaretto

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!