Le unioni civili, conquista o diritto?

Ormai sono passati poco più di quattro anni dalla legge Cirinnà, che permette alle coppie omosessuali di potersi “sposare”. Praticamente, se una coppia di persone dello stesso sesso richiede un’unione civile, questa risulta paragonabile al matrimonio. Ciò consente di allargare alcuni diritti tipici dei matrimoni anche al caso di coppie di persone dello stesso sesso, dalla possibilità di essere eredi del partner in caso di morte a quella di potersi identificare come parenti per ricevere informazioni riservate alla famiglia.

Come è possibile immaginare, un tale provvedimento ha seguito un iter lunghissimo, dovuto anche alla resistenza di forze politiche conservatrici. Infatti, la prima proposta di creare un simile istituto giuridico, a cui poi ne seguirono molte altre, risale al 1986. Nessuna, però, arrivò mai a poter essere discussa e votata, e questo anche per il veto esplicito delle gerarchie cattoliche.

Prima della Legge Cirinnà, però…

Già negli anni Novanta, sotto suggerimento dei movimenti LGBTQ+, alcuni comuni avevano cominciato a istituire registri per le unioni civili anche per le coppie eterosessuali. Registrare a livello anagrafico una convivenza attribuiva all’unione un valore puramente simbolico, però il singolo comune avrebbe potuto scegliere di aggiungere anche diritti reali.

Nei primi anni Duemila, le Regioni hanno approvato modifiche ai propri statuti, con segnali di apertura verso le unioni civili, spesso rifacendosi alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La prassi era quella di riconoscere anche i matrimoni omosessuali contratti all’estero.

Tra il 2009 e il 2015, anche la giurisprudenza ha cominciato a riconsiderare la coppia di fatto per comprendere anche quella omosessuale. In questo periodo molte sentenze hanno preparato il terreno all’impianto di una legge, emesse sia da organi italiani che da corti europee.

Quando non si parla di unioni, ma servirebbero diritti

La situazione italiana in merito ai diritti LGBTQ+ non è ancora ottimale. Questo status quo è dovuto in parte all’influenza retrograda e al bigottismo tipico di alcuni esponenti politici e religiosi. Tuttavia, non ci possiamo lamentare troppo, ci sono sempre paesi dove la situazione è ben peggiore...

Ci sono Paesi dove l’omosessualità è, sì, legale ma ci sono limitazioni sul servizio militare, sulle adozioni (d’altronde, che diritto hanno persone che – per loro scelta – una famiglia non la possono avere di pontificare su come se ne formi una?) o addirittura sull’opportunità di donare sangue. Ci sono Paesi in cui non esistono tutele contro i crimini d’odio; in cui la disparità è alla base della vita di tutti i giorni. Ci sono Paesi dove anche soltanto amare una persona dello stesso sesso è un reato, punibile con pene variabili da un’ammenda alla pena di morte.

“E a quando l’eterofobia?”

Alcune persone hanno la faccia tosta di spargere odio e intolleranza, con la scusa di avere un’opinione. Se un pensiero diffonde intolleranza e discrimina – mi dispiace dirvelo – non è un’opinione. Molte persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, difatti, nella vita di tutti i giorni si trovano sommersi di commenti d’odio sui social, spesso basati su convinzioni errate e stereotipi. A causa di questo, i bersagli di queste dinamiche si sentono isolati, incompresi e possono maturare depressione, arrivando anche a compiere gesti estremi.

Su alcuni social si può però notare un altro tipo di risposta. Alcuni tiktokers, come Meolipa e Medipse, sono stati accusati di eterofobia per le loro battute ironiche contro gli eterosessuali. Come se potessero veramente averne conseguenze in termini di diritti e libertà, poveri eterosessuali che ultimamente vengono discriminati…

Legge Zan, a settembre la discussione

A tal proposito – e, aggiungerei, finalmente – è iniziato l’iter parlamentare della legge Zan contro l’omobitransfobia.
Il disegno di legge, presentato il primo luglio, punta ad allargare la lista delle discriminazioni possibili. Tale disposizione classificherebbe come crimini d’odio anche gli atti basati sull’identità di genere, sul genere e sull’orientamento sessuale.

Un tale provvedimento prevede anche misure per tutelare le vittime. L’Italia, da recenti studi, è una delle Nazioni in cui l’omofobia è più diffusa. Ciò non stupisce, visto che quasi ogni giorno si hanno notizie di attacchi di matrice omotransfobica e nella stampa è ancora molto diffusa la mancanza di rispetto verso le vittime.

Non mancano, ovviamente, le proteste: alcune (sedicenti) associazioni femministe trovano che l’autodeterminazione dell’identità di genere limiti gli spazi delle donne; alcuni conservatori e cattolici definiscono questa legge come liberticida o come bavaglio alla libertà di esprimere le proprie opinioni.

Ma ve lo volete mettere in testa che la discriminazione non è una libertà né - tanto meno - un’opinione? Lo volete capire che le donne trans sono donne? È così difficile comprendere che dare alle minoranze maggiori diritti non è lesivo della vostra libertà?
Chiedo per un amico.

Questo articolo è stato scritto da...

Marco Ravenna

Autore

Cresciuto a pane, Disney e sostenitore del motto "Ruolare, sempre, duro!", vengo da quella terra di nessuno al confine tra Liguria e Toscana. Modi sicuri per approcciarmi? Invitarmi a una maratona LOTR (edizione estesa, se ve lo steste chiedendo) con drinking challenge o, molto più semplicemente, parlare di fantasy o di matematica.

Il mio motto è Wit beyond measure is a man's greatest treasure, che normalmente completo con "o pleasure, vedete un po' voi". E no, niente P. Sherman, 42 Wallaby Way, Sydney!