L'anno che ci lasciamo alle spalle ci ha privato della capacità di scegliere. Ci ha costretti a rifugiarci in una bolla privata di ansie e diffidenza, a non dare per scontata una quotidianità libera da vincoli, a ponderare con cura i nostri desideri e le nostre debolezze.
Soprattutto, ci ha insegnato quanto stare vicini sia parte fondamentale dell'esperienza umana. Ed è così che in questo nuovo anno, la parola vicinanza assume un significato ancora più importante.

Antropologia e quotidianità

Vorrei fare riferimento a un avvenimento della mia vita che mi ha segnata, durante questa pandemia: la mia laurea. Ho faticato non poco per tenere dietro a tutti i piccoli orrori che sono capitati, e finalmente sono riuscita a guadagnarmi il mio attestato preferito. E apparentemente inutile, dato che ho scelto una facoltà umanistica. Ancora di più se consideriamo che mi sono specializzata in antropologia, una disciplina sconosciuta dai più, adorata da pochi appassionati. C'è voluto un po' prima che mi rendessi conto, prima che arrivassi a comprendere quanto invece il mio corso di studi mi avesse fornito una prospettiva tutta nuova sulla situazione attuale.
Per farvi seguire il filo però, devo prima fare alcune premesse. Anzitutto, cos'è l'antropologia? Per farla semplice, senza citare alcun autore, è lo studio dell'umanità, in tutte le sue forme, dimensioni e sostanze. È una disciplina che ha visto la luce con le prime grandi esplorazioni geografiche, che è fiorita durante il colonialismo e che è giunta fino ai giorni nostri totalmente reinventata e trasformata.
La metodologia, invece, è piuttosto canonica, anche se non mancano variazioni sul tema. Uno dei pilastri dei primi studi di antropologia è stato, da sempre, la lontananza. Andare altrove, immergersi totalmente in un contesto altro. Naturalmente, almeno all'inizio, gli antropologi erano occidentali. Si trattenevano sul campo per brevi periodi e riportavano in patria interessanti nozioni imprecise sulla vita di popoli “incivili”. Ci sono voluti anni per prendere coscienza del fatto che è impossibile trascrivere una cultura intera su carta, come anche già un minimo sforzo richiede molto tempo. Uno dei primi a imporsi in questo senso è stato Boas, studioso americano che ha fin da subito sottolineato la necessità di rimanere sul campo più a lungo, per almeno un anno. Già alcuni dei suoi seguaci, come Margaret Mead, hanno in parte contravvenuto a questa norma, a dimostrazione del fatto che ciascun antropologo investe se stesso in modo diverso nel processo di ricerca.

Il mito di Malinowski

Il vero pilastro, che getta ancora un'ombra scura sulla storia dell'antropologia, resta però sempre e comunque il caro e vecchio Bronislaw Malinoski. Se avete mai avuto a che fare con le scienze sociali, sapete almeno in parte di chi sto parlando. La sua prima ricerca, alle isole Trorbriand, è stata possibile grazie a un increscioso inconveniente: la Prima Guerra Mondiale. Infatti il povero Bronislaw, studioso polacco, si trovava in quel momento ad un convegno in Australia, e lì venne trattenuto come cittadino di una potenza nemica dagli inglesi. Gli venne concesso però di trascorrere il proprio esilio a fare ricerca appunto alle Trorbriand, isole del pacifico in cui la cultura indigena assumeva tratti interessanti e degni di interesse.
Malinowski è approdato nel mondo con la sua prima etnografia, Argonauti del Pacifico Occidentale, nel 1922, e si è subito imposto sulla scena grazie a due fondamentali qualità: un'ottima scrittura e una particolare enfasi sulla giusta metodologia da adoperare sul campo. Questa consiste in lunghi periodi trascorsi a diretto contatto con gli indigeni, in un costante atteggiamento che lui battezza come “osservazione partecipante”. Questa consiste appunto nell'osservare l'altro non col solito distacco occidentale, ma prendendo attivamente parte alla sua vita, alle sue giornate, alle sue abitudini. Ancora oggi, Malinowski è la rockstar dell'antropologia, anche grazie al fatto che contribuisce ad una romanticizzazione del mestiere che si presta a venire particolarmente apprezzata. La figura dell'occidentale aperto, che riesce ad assorbire in sé le usanze indigene e a guadagnarsi un posto nella loro vita, è ancora oggi affascinante, misteriosa, attraente. Mentirei se non dicessi che è anche questo che ho voluto per me stessa: allenare il mio lato umano, scoprire un mondo tutto nuovo e insospettabile e magari scriverne, dare voci a ciò che rimane nascosto, lontano dalle serie tv e dall'intrattenimento che ci tiene sempre così occupati. Eppure, anche il caro vecchio Bronislaw aveva un lato oscuro, che ci è pervenuto solo più tardi. Il mondo, ahimé, forse non era pronto.

L'antropologo e la sua umanità

Malinoski ha scritto un'etnografia durante il suo esilio, ma anche dei diari. Diari in cui emerge tutto il suo sconforto, il suo disagio, il rifiuto dei valori e delle pratiche cui assiste, e il dramma di qualcuno che si trova lontano da casa contro la sua volontà. Insomma, i lati oscuri del mestiere dell'antropologo, e al contempo dell'animo umano, prendono finalmente spessore in un'opera totalmente diversa, lontana dal pacato ottimismo e dalla fascinazione con cui molte pratiche dei trorbriandesi venivano descritte nell'arco di Argonauti.
Questo ci mostra quanto in effetti la vicinanza e la lontananza si fondessero in antropologia: immergersi in un contesto diverso è uno dei requisiti, come pure stare il più possibile a contatto con gli indigeni e apprendere tutto ciò che c'è da apprendere su di loro. Queste due dimensioni si intrecciavano strettamente, al punto da condurre negli anni '70 a una vera e propria crisi. Non è che prima non ci siano stati dubbi, su metodologia, tematiche e via dicendo. È che questo è un articolo con poche pretese, un'altra volta faremo volentieri un riepilogo delle pippe mentali che gli antropologi si concedono da un paio di secoli a questa parte.
Negli anni '70, per l'appunto, avviene quella che si chiama la “svolta riflessiva”. Molti autori iniziano a interrogarsi maggiormente su quelle che sono le implicazioni della scrittura antropologica. Perché è questo l'output che tradizionalmente emerge dalla ricerca: pubblicazioni. In forma di monografie, antologie o articoli accademici, poco importa. La parola scritta è stato un imperativo sempre presente, figlia dei primi resoconti esplorativi, testimone di esperienze lontane dal quotidiano di personaggi bislacchi e stravaganti, capaci di incantare pubblico e accademia. E cosa potrebbe mai andare storto? Già, avete capito. Converrete con me che è terribilmente sensato farsi domande in merito.
L'antropologo comunque ha delle percezioni proprie del contesto che esamina. Quello che riporta su carta cosa rivela di tali percezioni? E quanto riporta fedelmente invece le posizioni dei nativi? Magari è solo un lavoro di raccolta dati che non guarda quasi per nulla al punto di vista dell'indigeno... forse lo studioso arriva alle sue conclusioni, senza farsi troppi problemi su cosa veramente ciò significhi per le persone coinvolte. Inoltre, se le percezioni di antropologo e indigeno sono diverse, come tradurre le une nelle altre? Perché comunque i destinatari dell'opera ultima della produzione scritta dell'antropologo perlopiù sono occidentali. Allora come essere certi che la realtà degli indigeni potesse raggiungerli in forme almeno comprensibili? È necessaria un'opera di attiva traduzione, come suggerisce Geertz. Serve anche un metodo di indagine che vada a fondo, svelando i retroscena della vita indigena senza per questo travisarla totalmente. E dalla scrittura stessa possiamo capire molto di ciò che lo stesso autore ha interpretato, delle cose che ha visto coi suoi occhi e di quelle che è invece riuscito a riportare come resoconti fedeli di ciò di cui è stato testimone.

Per una vicinanza più consapevole

Questo ci insegna che la vicinanza è un lavoro di traduzione, appunto. Soprattutto, mi viene da dire, in un'epoca globalizzata come la nostra. Ormai si può volare ovunque nel mondo, i media ci tengono aggiornati su tutto ciò che accade, i social network ci consentono di comunicare virtualmente e di conoscere persone che altrimenti non avremmo mai incontrato di persona. Siamo tutti molto più connessi. Anzi no, forse semplicemente più consapevoli e agevolati nell'intrecciare connessioni. E l'antropologia c'era arrivata già, nonostante tutto. Per capirsi serve una chiave di lettura. E questa chiave di lettura, ad oggi, è a portata globale. Ciò però significa che la comprensione dell'altro, al giorno d'oggi, si basa su un fondamentale presupposto: la condivisione di un immaginario.
Se siete interessati all'argomento, troverete un sacco di antropologi contemporanei che ne parlano. Io, lo confesso, sono però una fan di Appadurai. C'è qualcosa nel come spiega le sue teorie, un piccolo schema sintetico di una situazione infinitamente più complessa, che riesce sempre e comunque a conquistarmi. Tornando all'immaginario, è chiaro che nella realtà globale viaggiano delle idee, perlopiù veicolate dai media e che poi entrano a far parte del senso comune. Le idee meglio veicolate, in grado di far presa, si impongono su quelle minori e “meno forti”, portando ad una progressiva omologazione, appunto, dell'immaginario globale. In sostanza, perché la lingua più parlata è l'inglese? Perché a tutti piacciono le serie tv e le piattaforme streaming? Perché molti guardano gli anime e molti meno show animati “fatti in casa”? Perché quel tipo di immaginario ha fatto presa, gli altri no. E questo significa che la nostra cultura, quella che ci contraddistingue per chi siamo e da dove veniamo, viene progressivamente messa in ombra da quegli immaginari che hanno più successo. Non è proprio così che la spiega Appadurai, ma credo di aver reso l'idea. Questo cosa significa per noi? Be', sicuramente molti si sentono avvolti in una cultura globale in grado di dare senso alla contemporaneità: ciò che viviamo ogni giorno acquisisce significato finché siamo immersi in una bolla condivisa. Ciò ci avvicina, ci rende parte di una massa in cui è facile dire: “tutti lo fanno”. È vero, ma anche piuttosto inesatto. Ed è qui che l'antropologia ci viene ancora una volta in aiuto.

Domande e risposte

Durante questa pandemia, credo di poter dire che abbiamo tutti imparato a lasciarci scivolare di dosso ciò che davamo più per scontato. Sentirci al sicuro, parte di una folla che cammina nella stessa direzione, è stato più difficile proprio nel momento in cui ne avevamo forse più bisogno. L'improvvisa necessità di rivedere da capo la nostra vita ci ha resi incerti, fragili, esposti a quei pensieri assurdi che solitamente saremmo riusciti a scacciare. Che cosa sto facendo della mia vita? Sono soddisfatto di come vanno le cose? Cosa succede oltre la punta del mio naso, a parte la pandemia? Come stanno vivendo questa situazione le persone meno fortunate? Perché mi sento così male anche se sono oggettivamente privilegiato? Che cosa ne sarà di me quando sarà finita? Tranquilli, sono tutte domande legittime. In effetti, sarebbe bello se divenissero parte della nuova routine post-pandemia, assieme a un comportamento ambientale più responsabile e alla consapevolezza che abbiamo bisogno gli uni degli altri per stare bene.
È per caso facile? Assolutamente no! Prendiamo in prestito Malinoski e l'esperienza che l'ha consacrato come antropologo: una vittoria e un supplizio insieme. Certo, non tutti siamo antropologi, direte voi. La situazione è molto diversa... o forse non così tanto?
Per inciso, l'antropologia ha raggiunto l'occidente da metà del secolo scorso. Anche prima, considerato che farsi domande sugli altri porta inevitabilmente a riflettere su se stessi. Il mito della lontananza non si è mai spento, ma è sicuramente decaduto. Ad oggi fare ricerca non implica più la chiamata dell'ignoto. Molti fanno ricerca anche dove abitano, tanto per dirne una. Ed è anzi una cosa necessaria. In America Latina, ad esempio, molti studiosi autoctoni usano attivamente la ricerca per fare politica, per suscitare consapevolezza e sottolineare quelle che sono le condizioni di vita di popolazioni marginalizzate e rese praticamente invisibili. Ma questo ormai avviene dappertutto, in Africa, Asia e anche in Europa. E questo ci porta alle potenzialità intrinseche nell'antropologia, che hanno un grande valore soprattutto in questo nostro mondo moderno e confusionario.

Verso una pratica quotidiana di consapevolezza

Esiste una cosa che si chiama “antropologia applicata”. È una definizione data per la prima volta da Bastide, uno studioso francese vissuto nel secolo scorso. In sostanza è un'antropologia che porta beneficio ai soggetti posti al centro dello studio, un'antropologia che da indietro quanto ha preso trasformandolo in un progetto, in una proposta, in un piccolo grande cambiamento significativo. L'antropologia applicata, per come la vedo io, farà attivamente parte del futuro post-covid. Si dovrà fare strada in una rinnovata consapevolezza che però già si spegne, man mano che le cose tornano alla normalità. Dovrà muoversi in un contesto globale incerto e scivoloso, ancorandosi al locale ma comunicando col globale. Dovrà farsi esperienza di vita per chi davvero ha intenzione di imparare dagli errori e dagli orrori che ci hanno portato alla pandemia, come anche prendere spunto da quelle impercettibili luci di speranza sparse per il mondo.
In tutto questo, chi ci vieta di essere tutti un po' antropologi? Di abbracciare l'idea che vicinanza e lontananza ormai si intrecciano, ancora più strettamente adesso che abbiamo avuto bisogno di ritirarci in noi stessi e fare un saggio uso dei nostri computer per connetterci con la realtà. Di apprezzare ciò che abbiamo anche quando diventa scomodo, per il fatto che ormai siamo sicuri di saperlo affrontare. Di avere il coraggio di scrutare il mondo attorno con più senso critico, ammettendo con noi stessi che non abbiamo fatto sempre quello che avremmo dovuto per preservare l'ambiente in cui viviamo o il nostro stile di vita. Di ammettere che ci sono ingiustizie a questo mondo, e che non è tollerabile che continuino a spiccare così crudelmente sul panorama globale.
L'antropologia, per me, è soprattutto un'esperienza immersiva. La realtà deve invadere la mente e i sensi, cambiarli, trasformarli, divenire pesante e plausibile fino a farci aprire gli occhi, fino a farci soffocare. Perché è in quel momento che si ha voglia di fare qualcosa. In quel momento, quando tutto sembra perduto, quando la minaccia incombe e non c'è via di scampo, allora siamo in grado di abbracciare le nostre potenzialità. Siamo in grado di ammettere che possiamo invero fare qualcosa, reagire, accorgerci del mondo attorno a noi, vivere con consapevolezza e dare indietro quanto abbiamo preso fino a pochi istanti prima.
Serviva una pandemia per capire questo? Per accorgerci di tutto ciò che potremmo fare, per stare meglio? Forse. Senz'altro ha aiutato, mettendoci in ginocchio. Certo, sarebbe stata meglio un'etnografia.

Questo articolo è stato scritto da...

Alessandra Innocenti

Collaboratrice

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!