C’è sempre un grande silenzio, quando tutto ha termine.

La catastrofe arriva senza annunciarsi, non ha la cortesia di suonare il campanello. Arriva e basta. Come se tutto fosse suo, prende ciò che vede e lo impasta, lo modella a piacere. Con mani invisibili scuote la terra, rivolta il mare e frulla le persone. Inspiegabile come ci riesca, i suoi disegni risultano incomprensibili ai più.

L’uomo non capisce, ma trema e ha paura.

A volte capita che, come nella risacca, le lunghe dita con veemenza tornino a lambire le coste umane per rimestarle, non paghe della loro opera. Appaiono più subdole, delicate persino, a toccare quanto di più lieve ancora abbia resistito: ultimi ritocchi ad un lavoro ormai concluso.

In seguito, molti dicono ci sia solamente un grande silenzio ad appestare l’aria vuota.

L’umanità è appena stata disarmata da una potenza che a stento riesce a nominare. In un battere di ciglia la catastrofe ha ridotto a brandelli gli schemi costitutivi che tanto sono fonte di tranquillità. A circondarci sono solo un vortice di cenere e polvere, frammenti talmente minuscoli che ci sfuggono dalle dita, amorfi e intangibili. Abbiamo perso le parole per descrivere quanto la catastrofe ci ha lasciato e con esse anche la nostra presa sul mondo.

La voce del paesaggio

L’uomo è da sempre, per natura, impegnato nella costruzione del paesaggio che lo circonda. Nel suo vivere, lo processa, lo plasma e lo ridefinisce. L’intervento umano può cambiare l’aspro declivio di un’altura al fine di renderla facile da coltivare, oppure un passo montano da selvaggio a battuto, in modo da poterlo attraversare. L’ambiente diviene materiale malleabile con cui prende vita il linguaggio dell’uomo attraverso le sue necessità. Tuttavia, tale processo non lo vede giocare esclusivamente parte attiva. Il paesaggio entra nei contesti culturali che lo abitano, diventa una componente integrante di riferimenti verbali e tecnici. Il terrore dell’acquitrino si fa fiaba e concretizza posizioni e stati d’animo. La profonda interazione tra uomo e ambiente dà la luce a un qualcosa di molto simile a una lingua comune, che i due interlocutori usano per comunicare e veicolare informazioni. Grazie a essa, il povero pastore è capace di riconoscere quando giunge il momento di spostare i pascoli e raggiungere aree più verdi.

La catastrofe, a tutto questo, pone il dito indice sulle labbra. Silenzio.

Scossa e travolta dal disastro, la natura è quasi del tutto irriconoscibile. Per qualche motivo che all’uomo appare senza spiegazione, essa non è più il libro aperto di prima. Come se, impastando la terra, nell’inerme pagnotta ci fossero state anche le fibre stesse che compongono la realtà, il disastro ha sovvertito i semplici postulati dell’uomo. La tabula rasa ha cancellato i suoi sforzi e l’elementare sillabario che alimentava la comunicazione.

Silenzio e incomunicabilità

La capacità di comprendere il linguaggio dell’ambiente, nell’uomo, è radicata nella memoria manuale che gli viene dal fare le cose di sua mano. Agire e ripetere quotidianamente questi gesti li forgia nella sua mente. La manualità diventa un canale immediato per comprendere quello che lo circonda, lo spazio nel quale si muove e agisce. Finché il tramite rimane limpido e intonso, l’ambiente è noto, familiare e, come tale, trasmette sicurezza.

Le dita silenziose della catastrofe si incastrano con prepotenza fra la sorgente e il destinatario del messaggio. Invisibile, custodisce con fare geloso il senso carpito dalla sorgente. Lo trattiene e non lo restituisce. Tutto a un tratto, risulta difficile capire come mai un banale cavolo, per quanto bello e sano sembri, non si possa mangiare. L’aspetto di un ortaggio non tradisce certo l’elevata quantità di Cesio-137 che esso contiene.

Cercare di descrivere un muro che non si riesce a vedere è terribilmente difficile. L’umanità fatica a trovare le parole per tracciare il disastro: immondo e immenso nei ricordi, in nessun modo riesce a prendere forma dalle labbra. Nel terrore che sfugga così facendo nell’oblio, ci si sforza in ogni modo di dare forma al pensiero. La parola è forza, perché esprime diretto controllo sull’oggetto indicato. Nulla fa più paura di un pericolo che nemmeno può essere nominato.

Ricostruire con la parola

All’alba del disastro, l’essere umano si ritrova catapultato ai tempi di una natura di cui non sapeva interpretare i segni. Quasi indietro a quando ancora doveva scoprire la scintilla. Di nuovo infante in un mondo a lui atono, la prima necessità è quella di tornare a parlare. La parola, come un chiodo, fissa la realtà sdrucciolevole attorno a significato e circostante. La scrittura lo aiuta a tracciare e ricordare i confini delle cose. Inizia a risvegliarsi dallo sconquassamento e, nel risveglio, l’uomo trova la forza di ricostruire.

Dalle macerie emerge la consapevolezza dell’accaduto e prende la forma tangibile dei resti e delle vittime. Ricostruiamo con calce e mattoni su spianate di cemento, restituiamo aspetto a un mondo spezzato con pensieri e intuizioni. Nel tornare ad associare lemmi a oggetti, procediamo a gattoni e ci esprimiamo a versi. Gradualmente, i suoni sconclusionati che escono dalla nostra bocca si formano in parole. I nostri dintorni ne vengono ricoperti d’un manto familiare e noi ne siamo di nuovo i padroni, in qualche modo.

Entrambe le parti riprendono a esistere in quanto interlocutori di un dialogo, attraverso il quale contribuiscono a determinare sé stesse e l’altra. Così, si ristabilisce la delicata equazione del reale.

Questo articolo è stato scritto da...

Carlo Lucca

Autore

Non mi rimane più molto tempo. Se devo lasciare un messaggio che sia di monito a quanti verranno dopo di me, occorre ch’io sia svelto. Pensateci due volte prima di avvicinarvi alla terribile Salamandra, d’istinto prona a un senso dell’umorismo ermetico e bizzarro. Fuggite! Fatica a rendersi conto quanto le sue battute di squallido gusto non facciano effettivamente ridere a nessuno. Ma se solo dovesse riuscire a mettere le vostre zampette su di voi, possano gli Dei scamparvene…

SCAPPATE! Sento come se qualcosa si stesse avvicinand- *DAB*