Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

Dal romanzo naturalistico al romanzo psicologico

Con il romanzo Alla ricerca del tempo perduto Marcel Proust (Parigi, 1871 – 1922) si giunge a un punto di svolta per la letteratura tra fine Ottocento e i primi anni del Novecento: avviene cioè il passaggio dal romanzo naturalistico a quello psicologico. Non si può negare il debito di Proust nei confronti di molti autori e pensatori “naturalisti” a lungo studiati: dal romanzo di formazione tipico del Romanticismo al modello letterario della rappresentazione d’epoca a tutto tondo realizzato da Honoré de Balzac (1799-1850) ne La Commedia umana, dall’opera dell’esteta e critico inglese John Ruskin sino ad annoverare le teorie di Bergson e la sua ridefinizione del tempo assoluto in un tempo “interno”. Questo portato culturale ottocentesco, dunque, viene rielaborato da Proust in un’analisi introspettiva che caratterizza l’esperienza letteraria de Alla ricerca del tempo perduto, offrendo al lettore un ritratto della società del tempo. Al centro della narrazione, infatti, si colloca non solo il dato storico-descrittivo ma soprattutto quello intimo e introspettivo, che ne fa un chiaro esempio di romanzo psicologico.

Un nuovo tempo narrativo

Nel romanzo di Proust i personaggi e le vicende vengono inseriti entro una cornice narrativa sostenuta dalle riflessioni e dalle memorie dell’autore. La cronologia degli eventi viene completamente modificata: la vicenda non si articola attraverso uno sviluppo temporale lineare, ma si sviluppa secondo i ritmi della memoria della voce narrante. È grazie alla costruzione di questo “tempo interno” che prende forma il profilo psicologico dei personaggi, di cui è possibile cogliere le dinamiche del pensiero e le diverse sfaccettature della coscienza. Assieme al tempo, si scompone ed articola dunque anche l’unità psicologica del protagonista, la cui personalità viene volutamente frammentata. Discostandosi così dallo stile di molti autori precedenti, Proust costruisce dei personaggi del tutto mutevoli e in continua evoluzione. E qui risiede un determinante aspetto innovativo, la vera cifra originale dell’opera proustiana: riscoprire la realtà attraverso i mutamenti che essa opera, nel tempo, sulle persone e sulle cose (un riflesso, peraltro, della crisi storica dell’aristocrazia e della borghesia francesi nel passaggio fra Ottocento e Novecento).
La concezione soggettiva del tempo, dunque, sostiene un’idea di letteratura come il più potente strumento di cui l’uomo dispone per percepire le trasformazioni che il tempo porta con sé. Pure l’arte dello scrittore è, al pari di quella di un pittore, di uno scultore o di un qualsiasi altro artista, capace di restituire una visione dinamica del mondo, per cui gli eventi che si vivono nella realtà non debbono essere sempre fissi e immutabili. Al contrario, grazie al contributo della memoria, le vicende del passato tornano a occupare un ruolo importante nella costruzione del presente. Il lettore, nel dialogo fra realtà passata e presente, è messo nella migliore condizione di comprendere l’evoluzione e le stratificazioni psicologiche dei personaggi e le loro interazioni con l’ambiente in cui si muovono.

Un’opera “cattedrale”

È nelle parole di Proust rivolte alla governante Céleste, forse un po’ supponenti in questa circostanza, che si coglie questa definizione: “Vedete, Céleste, io voglio che, nella letteratura, la mia opera rappresenti una cattedrale. Ecco perché non è mai completa. Anche se già innalzata, occorre sempre d’ornarla di una cosa o di un’altra, una vetrata, un capitello, una piccola cappella che si apre, con la sua piccola statua in un angolo”. L’autore inizia a comporre l’opera monstre (in sette volumi) nel 1906 e da questo momento sino al 1922, anno della sua morte, dedica ogni istante della sua vita ad ampliarla. Il paragone della sua opera di scrittore con quella di un architetto che progetta la sua cattedrale intende rendere l’idea del continuo arricchimento del nucleo centrale dell’immenso edificio con parti accessorie. Nonostante la sua complessità, Alla ricerca del tempo perduto si incardina su un iter narrativo ben definito. All’interno dell’opera, infatti, l’autore raccoglie una meticolosa indagine sociologica sui costumi e le personalità del tempo, ripercorrendo le proprie vicende biografiche attraverso gli avvenimenti della vita e il percorso psicologico del protagonista. Questo ultimo, superando l’idea che rivivere il passato attraverso la memoria non costituisca il vero scopo del ricordare, sostiene che rievocarlo sia solo un mezzo per capire i propri cambiamenti nel tempo e quale sia la propria collocazione nella realtà. Inoltre, dato che i ricordi si ripresentano in modo occasionale e frammentario, anche la trama del romanzo non è sempre lineare, ma è scandita da ampie digressioni che prendono spunto dai ricordi improvvisi del protagonista.

Alla ricerca di un nuovo stile

La memoria occupa un ruolo centrale nell’opera di Proust. È dunque necessario uno stile che sappia adeguatamente esprimere il senso di ricerca in essa contenuto. Lo stesso Proust, in una lettera a M.me Straus, afferma che lo scrittore, al fine di creare uno stile consono ai contenuti del proprio lavoro, può spingersi addirittura a tradire la purezza della lingua, piegando la grammatica alle esigenze personali. La struttura sintattica della Ricerca asseconda tale concezione estetica. In essa il respiro lento del tempo e la ricerca del passato si traducono in un incedere tortuoso, fatto di parentetiche, di incisi, di frasi dipendenti. Il senso del discorso viene spesso rivelato solo alla fine di lunghi periodi (così come ogni verità si scopre solo al termine della ricerca), oppure compare inaspettatamente all’interno della torrenziale articolazione del periodo, riecheggiando il sopraggiungere improvviso della memoria. La lingua è il veicolo attraverso cui si esprime l’indagine intimistica. Sul piano prettamente tecnico, la metafora è lo strumento più efficace per tradurre questa ricerca, in quanto consente di trasmettere la corrispondenza tra la dimensione inafferrabile ed evanescente del ricordo e quella presente e tangibile della realtà.

L’influsso sulla letteratura del Novecento e al giorno d’oggi

L’esordio del romanzo è estremamente difficoltoso. Diversi grandi editori rifiutano il manoscritto e, anche quando Proust riesce a pubblicarne a proprie spese la prima parte, l’accoglienza del pubblico è piuttosto fredda. Diverso è l’esito dei successivi episodi, che valgono all’autore i primi riconoscimenti anche presso il mondo letterario. Il successo, anche di critica, del volume All’ombra delle fanciulle in fiore agevola la pubblicazione degli altri volumi del romanzo. Tutto questo consente alla fama dello scrittore di oltrepassare i confini della Francia, come testimonia, ad esempio, l’interesse del drammaturgo irlandese Samuel Beckett (1906-1989), espresso nel celebre saggio Proust (pubblicato nel 1931). Acclamato dai propri contemporanei, Proust esercita un’influenza assai rilevante anche sulle successive generazioni di scrittori. Tracce della sua personalità si scorgono nell’opera di diversi autori della prima parte del ventesimo secolo, come l’inglese Virginia Woolf (1882- 1941) e l’americano Henry Miller (1891-1980). Questi tendono però a recuperare di Proust l’aspetto meno originale, quello del “romanzo di formazione”, e ad assimilarne la tecnica narrativa piuttosto che le tematiche.
Tra queste tematiche, però, va sottolineata quella più significativa oggigiorno: il viaggio. Esso, infatti, è prima di tutto un’esperienza del cuore e della mente, prima ancora che del corpo. I grandi scrittori del passato ce lo insegnano: primo fra tutti Dante, che ha compiuto il viaggio dei viaggi, grazie alla potenza della sua immaginazione. Nel caso di Proust, invece, il viaggio è un avventurarsi nella dimensione del tempo e dei ricordi. E il mezzo per arrivarci altro non è che il profumo di una madeleine ancora calda. Insomma, per viaggiare non occorre spostarsi fisicamente, ma accostarci alla realtà con occhi sempre nuovi. Possiamo viaggiare persino ai tempi del Coronavirus, quando siamo costretti fra le quattro pareti della nostra casa. Basterà chiudere gli occhi. Oppure, ancora meglio, aprire un libro…

Questo articolo è stato scritto da...

Giacomo Giuri

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!