Scoprire (e soffrire) in team

Al giorno d’oggi, in rete si possono trovare articoli in cui ci vengono raccontate nuove scoperte. Ultimamente, molte di queste possono richiedere la collaborazione di persone formate su diversi ambiti, proprio per comprendere meglio l’argomento e dare più spunti di riflessione.

Oltre a docenti universitari e ricercatori, possono collaborare anche insegnanti delle scuole o altre personalità. I luoghi della ricerca, infatti, sono vasti. Non si fa soltanto nei laboratori specializzati, ma anche nei propri studi e nelle scuole, così come usando le nuove tecnologie.
Per gli addetti ai lavori, fare ricerca è una vera e propria passione, ma può generare anche momenti di sconforto. Ovviamente, lavorando in team si condividono le gioie e i tormenti.

Prove ed errori – come inizia la ricerca

Ma come funziona la ricerca? Prima di tutto occorre capire che c’è qualcosa che non possiamo risolvere in modo immediato, un problema. Dopodiché, cominciamo a cercare una soluzione, con un meccanismo per tentativi. Da ogni errore impariamo qualcosa di nuovo.

Nella scienza, partiamo quindi osservando i dati a disposizione. Poi formuliamo una teoria e la mettiamo alla prova con nuove misurazioni. Finché ciò che osserviamo è abbastanza vicino a ciò che ci aspettiamo di vedere, la nostra supposizione è valida.

E se la realtà non supporta l’idea? In questo caso, dovremmo cercare di migliorare la nostra intuizione. Un metodo di questo tipo parte necessariamente dal caso particolare per trovare verità generali e alterna le esperienze fatte con i sensi alle dimostrazioni logiche.

Il tormento è nel tortuoso cammino

Tuttavia, non sempre tutto va subito per il verso giusto, anzi. Intanto, non è detto che l’idea che si sta seguendo sia quella giusta. Se cominciamo con una strada sbagliata, rischiamo di perdere molto tempo e di scoraggiarci. Ci sono diversi fattori che possono portare fuori strada.
Un esempio molto importante è quello dell’apparente inconciliabilità tra meccanica classica ed elettromagnetismo a fine Ottocento. Inizialmente gli studiosi avevano pensato di dare per buona la meccanica classica cercando di correggere il problema con le equazioni di Maxwell. Purtroppo, non c’era modo di farlo se non cambiando radicalmente punto di vista. Ma la soluzione è arrivata dopo quarant’anni e ha innescato quei meccanismi di rivoluzione che hanno sconvolto la fisica moderna, con l’introduzione della teoria della relatività e della meccanica quantistica.

Come nasce un articolo di ricerca

Dopo aver terminato tutte le analisi e formulato tutte le conclusioni, il team di ricerca deve annunciare al mondo intero che cosa ha scoperto. Normalmente, questo passaggio prevede la scrittura di un articolo, riservato in particolar modo a riviste specialistiche. Ciò non toglie che la notizia compaia anche su altre testate, ovviamente riscritta in un modo che sia comprensibile da tutti.
La fase della scrittura di un articolo prevede momenti molto delicati. Da una parte, infatti, la produzione deve tenere conto di quanto osservato e dedotto; dall’altra, spesso bisogna scrivere in modo da raccontare soltanto le fasi utili. Strade sbagliate, vicoli ciechi ed errori non sono interessanti per chi quell’articolo lo deve leggere (o, almeno, questo è ciò che pensa la comunità scientifica). Perciò, vanno eliminati riferimenti personali e al contesto.

Questa fase, per gli addetti ai lavori, è un vero e proprio tormento, specie visto che richiede un’analisi attenta per capire cosa serve veramente e cosa no. In un articolo di ricerca, prima di tutto si stabilisce la verità generale e, solo in seguito, si mostra che un tale risultato permette di ottenere le osservazioni fatte.

Si può evitare la sensazione di tormento?

Anche chi legge l’articolo può avvertire una qualche forma di tormento. Magari può non capire l’origine della ricerca o chiedersi il perché non sia stata esplorata una qualche strada. Il sapere che legge è impoverito, privato del contesto e della presenza umana.
Basta pensare ai libri di testo di matematica o di fisica disponibili nelle scuole. In genere, prima compaiono delle definizioni, astratte e senza un apparente scopo. Successivamente l’autore propone degli esempi e degli esercizi di applicazione. L’approccio è inverso a quello della ricerca, dal generale al particolare.

Molti studi di didattica della matematica e della fisica, invece, suggeriscono di procedere al contrario. Il percorso dal particolare al generale permette, appunto, di maturare i concetti prima di definirli e rispecchia il cammino che ha realmente portato a quei risultati.

Un approccio di questo tipo può risultare anche piacevole e gratificante. Lo studente diventa protagonista del proprio apprendimento e assume la piena responsabilità sulle scelte e sul percorso per imparare.

Questo articolo è stato scritto da...

Marco Ravenna

Autore

Cresciuto a pane, Disney e sostenitore del motto "Ruolare, sempre, duro!", vengo da quella terra di nessuno al confine tra Liguria e Toscana. Modi sicuri per approcciarmi? Invitarmi a una maratona LOTR (edizione estesa, se ve lo steste chiedendo) con drinking challenge o, molto più semplicemente, parlare di fantasy o di matematica.

Il mio motto è Wit beyond measure is a man's greatest treasure, che normalmente completo con "o pleasure, vedete un po' voi". E no, niente P. Sherman, 42 Wallaby Way, Sydney!