Oggi sappiamo che le donne hanno un ruolo fondamentale nella scienza, ma quella che le ha portate a raggiungere una posizione così predominante è stata una lunga lotta. Per moltissimo tempo le università non hanno concesso l’accesso alle donne e ancora oggi esistono diffuse credenze che le vedono meno predisposte per gli studi scientifici rispetto agli uomini. Eppure, pensare a figure come Marie Curie, la prima donna a ricevere due premi Nobel, dovrebbe far capire quanto questo pregiudizio sia infondato.

I contributi delle donne allo sviluppo scientifico sono stati importanti sin dall’antichità, specialmente nei campi della medicina e della filosofia naturale, anche se, in genere, non erano soggette a un’istruzione formale. Una delle donne più importanti nell’ambito della scienza è stata Ipazia di Alessandria, una delle prime matematiche della storia. Di lei rimane poco, però vi sono prove che sia stata un’insegnante molto nota alla scuola di Alessandria del tempo e che avesse anche una carica di rilievo. Purtroppo, dopo la sua morte si è aperto un lungo periodo di assenza delle donne dalla comunità scientifica.

Per studiare, costrette a mascherare la loro identità

Il sessismo imperante nel Medioevo ha cominciato a impedire alle donne l’accesso ad alcuni ordini monastici dove si maneggiavano manoscritti importanti e si poteva studiare. Inoltre, l’ambiente delle università era in genere ostile all’idea di accogliere, tra i propri studenti, delle donne, che quindi rimasero escluse da buona parte dell’educazione scientifica formale, a meno di non travestirsi da uomini.

Negli anni cinquanta dell’800, la voglia di istruirsi e contribuire al progresso della scienza si intrecciò con le prime ondate femministe. Il diritto all’istruzione diventò una necessità imprescindibile per la parità di genere, insieme a quello di poter esistere, di non essere ridotte soltanto a uno pseudonimo. A parte qualche eccezione, la comunità scientifica era molto conservatrice.
Tra le varie donne che hanno avuto la necessità di traversi o mascherarsi sulla carta per poter accedere a questi studi, ne ricordiamo tre, che sicuramente hanno avuto un impatto rilevante sulla storia della matematica e, quindi, su quella della scienza. Sono Sophie Germain, Sofia Kovalevskaja ed Emmy Noether.

Scienza e femminismo: come togliere la maschera

Sophie Germain, altrimenti conosciuta con il nom de plume di monsieur Le Blanc, è stata una matematica francese. Purtroppo per lei, il solo fatto di essere donna le precluse la frequenza all’appena fondata École polytechnique. Studiò sugli appunti di Lagrange e firmò tutti i suoi lavori con quello pseudonimo. A smascherarla fu Georg Friedrich Gauss, che ne elogiò l’ingegno e il coraggio.

Sofia Kovalevskaja è stata una matematica russa. Per sua fortuna, riuscì a uscire dalla Russia e a muoversi nelle principali città tedesche, come Berlino. Qui si formò sotto la guida di uno dei padri dell’analisi moderna, Karl Weierstrass, anche se soltanto con lezioni private. Grazie a Weierstrass, Sofia fu la prima donna a ottenere un dottorato in Matematica.

Amalia “Emmy” Noether è stata una loro collega tedesca e, anche se di un periodo successivo, ha incontrato le stesse difficoltà delle altre due. Dopo molte difficoltà per entrare all’università, si è laureata con il massimo dei voti. Lavorò con il padre, anch’egli matematico, e diventò la pupilla di David Hilbert. Purtroppo, in quanto di origine ebrea, fu costretta a emigrare negli Stati Uniti, dove morì.

Il ruolo delle donne nella scienza, oggi

Ancora oggi, regnano diffuse convinzioni per cui una donna non sia all’altezza di una carriera scientifica. Non ci sono differenze biologiche che rendono le scienze più difficili per le donne. Tuttavia, esistono alcuni fattori culturali che le influenzano, spingendole a intraprendere altre carriere. Eppure, tutte le vincitrici di onorificenze importanti come premi Nobel e medaglia Fields dovrebbero convincerci del contrario.

A tal proposito, vale la pena ricordare un film del 2016, Il diritto di contare – Hidden Figures, che racconta la storia vera della matematica afroamericana Katherine Johnson, che ha collaborato con la NASA, contribuendo allo sviluppo di alcune missioni come la Apollo 11. Il sesso e l’etnia della protagonista mostrano bene il sessismo e il razzismo tipico degli anni Sessanta, in cui il film è ambientato.
Tra gli altri aspetti degni di nota della pellicola, merita un riferimento il modo in cui lei abbia sfidato tutti i pregiudizi legati al fatto di essere donna e al colore della propria pelle, contribuendo anche alla fine della segregazione razziale. Il film ha ricevuto diverse candidature all’Oscar, ma non ha vinto premi. Purtroppo Katherine è venuta a mancare l’anno scorso, ma verrà per sempre ricordata per i propri meriti.

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Marco Ravenna

Autore

Cresciuto a pane, Disney e sostenitore del motto "Ruolare, sempre, duro!", vengo da quella terra di nessuno al confine tra Liguria e Toscana. Modi sicuri per approcciarmi? Invitarmi a una maratona LOTR (edizione estesa, se ve lo steste chiedendo) con drinking challenge o, molto più semplicemente, parlare di fantasy o di matematica.

Il mio motto è Wit beyond measure is a man's greatest treasure, che normalmente completo con "o pleasure, vedete un po' voi". E no, niente P. Sherman, 42 Wallaby Way, Sydney!