“L'odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.”
Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas

Quello della vendetta, si sa, è un tema largamente abusato nel mondo dell’intrattenimento. Che si parli di cinema, di letteratura o che ci si addentri nel mondo videoludico come faremo oggi, sono centinaia i titoli che fanno del sentimento di vendetta il motore principale dietro alle azioni di un personaggio, protagonista o antagonista che sia, e The Last of Us Parte II non fa altro che accodarsi a questo interminabile elenco.
Tuttavia, se è vero che – come si suol dire – vendetta genera vendetta, allora è anche vero che il titolo marchiato Naughty Dog, scritto e diretto da Neil Druckmann e rilasciato lo scorso giugno, rappresenta questo indissolubile rapporto azione-reazione in modo estremamente umano, come ben pochi altri prodotti hanno saputo fare finora.

Un gioco che dà, un gioco che toglie

Sembra quasi ironico menzionare l’umanità come caratteristica qualitativa parlando di videogioco ambientato in un mondo post apocalittico, dove la civiltà umana è decaduta a seguito di un’epidemia globale causata da un fungo parassita che attacca il sistema nervoso, vero? Ci si aspetterebbe piuttosto una narrativa che volge verso una risoluzione finale sulla linea di titoli come Io sono leggenda: avete presente che alla fine l’eroe caotico-buono si sacrifica per salvare il mondo – o ciò che ne rimane?
Ecco, a questo proposito si può dire che già il primo capitolo ci avesse abituato alla figura dell’anti-eroe. Anziché salvarla, la decisione finale di Joel Miller condanna l’umanità intera ad un destino privo di speranza, e per quanto lo sviluppo narrativo porti di proposito il videogiocatore ad affezionarsi al suo personaggio scorbutico e infine ad empatizzare con la scelta di portare via Ellie dall’ospedale, è innegabile che un eroe canonico non si sarebbe mai comportato in questo modo. Ed è proprio questo che intendo con la parola “umanità”: chi, trovandosi nei panni di Joel in un mondo che ha dimenticato l’etica e la giustizia, non avrebbe agito allo stesso modo?

The Last of Us Parte II, però, si spinge oltre e si avventura in un sottobosco della psiche umana incredibilmente più sporco, ma allo stesso tempo infinitamente più umano. Se salvare Ellie da morte certa alla fine della prima parte può essere considerata un’azione, per quanto egoistica, comunque nobile, in questo secondo capitolo di nobile non c’è proprio nulla.
La tragica morte di Joel nelle prime ore di gioco, così improvvisa e così cruenta, ci porta inevitabilmente a provare un odio cieco nei confronti degli autori della sua barbara ed apparentemente immotivata esecuzione. Ed è proprio questo l’obiettivo del gioco. L’assassinio di un personaggio che, nel corso del primo capitolo, abbiamo seguito in lungo e in largo attraverso un intero continente e che abbiamo visto rimpadronirsi gradualmente della sua perduta umanità dopo anni di passati ad indurirsi fino alla spietatezza, può portare ad unico e prevedibile risultato: noi detesteremo Abby e i suoi compagni per ciò che hanno fatto e ci schiereremo naturalmente con Ellie, la quale inizierà a cercare vendetta.
Tutto ciò avviene in un momento strategico della vicenda, mentre siamo ancora teneramente inconsapevoli del fatto che Abby non sarà l’antagonista, bensì l’altra protagonista dell’intero gioco. Sarà la nemesi di Ellie, ma anche il suo riflesso.

E tu, da che parte stai?

Dopo la morte di Joel, la narrazione continua concentrandosi su Ellie, in balia del dolore per la per la perdita subita. È una sofferenza che non vediamo attenuarsi nel tempo, come ci si potrebbe aspettare, bensì cresce nutrendosi di se stessa, fino ad evolvere in una forma di ossessione verso l’accaduto e verso chi le ha portato via Joel. Ellie non riesce a mettersi l’anima in pace, è accecata dal desiderio di vendetta e non vede altro che un unico obiettivo davanti a sé: trovare Abby e ucciderla.
Quando finalmente il momento del confronto arriva, in quel teatro abbandonato, ecco che il fluire cronologico della storia s’interrompe in un twist che inizialmente ha un impatto quasi anti-climatico su di noi, ma che in realtà costituisce la vera originalità narrativa di The Last of Us Parte II: il gioco ricomincia dal punto di vista di Abby, quella Abby che ha massacrato Joel a colpi di mazza da golf, quella Abby che Ellie detesta, che noi detestiamo, quella Abby che credevamo tutti fosse la villain della storia e niente di più.

Ma Abby non è la sadica psicopatica che ci aspettavamo, no, è un personaggio incredibilmente umano. Ha scovato e ucciso Joel per vendicarsi della morte del padre, il medico delle Luci che avrebbe dovuto operare Ellie per poi sviluppare un vaccino – sì, proprio quello a cui abbiamo sparato a sangue freddo entrando nella sala operatoria alla fine di The Last of Us – e a conti fatti, possiamo davvero biasimarla?
Giustificare l’impulso vendicativo di Ellie, ma non quello di Abby, da una parte è comprensibile in quanto giocatori affezionati alla figura di Joel, ma dall’altra parte – quella obiettiva – è una tendenza all’essere di parte che scade quasi nell’ipocrisia. Questo è un gioco che ci mette di fronte anche alla nostra mancanza di imparzialità, di lucidità. Ellie sa che Joel ha fatto del male a molte persone, Ellie sa che molte di queste avrebbero dei validi motivi per cercare vendetta nei suoi confronti, eppure non riesce ad accettarlo, non riesce a razionalizzare l’accaduto. E nemmeno noi.

Due facce della stessa medaglia

Ma, come abbiamo detto, vendetta genera vendetta, e The Last of Us Parte II è maestro nel mostrarci quali siano le conseguenze di questa furia cieca. Ad ogni azione di una delle nostre protagoniste, segue la risposta dell’altra: Ellie e Abby si torturano a vicenda, a lungo, ma se in un primo momento potevamo solo empatizzare con la prima, dopo aver giocato dal punto di vista della seconda possiamo finalmente comprendere anche le sue ragioni.
La specularità dei due personaggi è lampante: entrambe hanno perso una persona amata – una figura paterna – ed entrambe hanno ceduto al desiderio di farsi giustizia da sole, abbagliate dal dolore, dal tormento e da un’ossessione che si è propagata nelle loro vene come un veleno irresistibile.

Quando torniamo alla scena del teatro completi di questa nuova consapevolezza, sappiamo che ormai entrambe hanno perso troppo, l’una per mano dell’altra, è che potrebbe non esserci fine alla sofferenza che possono ancora infliggersi a vicenda, sofferenza che viene alimentata ad ogni mossa, ad ogni risposta, ad ogni nuova perdita. Le due storyline si raccolgono qui, come due strade si ricongiungono presso un incrocio, per poi separarsi nuovamente poco dopo: in seguito ad una feroce lotta in cui Jesse perde la vita e Tommy rimane gravemente ferito, Abby e Ellie finalmente desistono, la prima convinta da Lev, la seconda di fronte alla possibilità di perdere anche Dina, incinta. Ognuna riprende la sua strada, e sembra che sia tutto finito.

Nella spirale dell’autodistruzione

Incontriamo nuovamente Ellie in quello che appare come un perfetto happy ending, e una parte di noi spera davvero che sia così. C’è stato troppo dolore, troppo sangue versato, e terminare il gioco con una cutscene immersa nella calda luce del tramonto, mentre Ellie canta una buffa canzone al piccolo JJ, avrebbe potuto farci tirare un gran sospiro di sollievo. Ma questo – purtroppo e per fortuna – è The Last of Us Parte II, non uno spot della Mulino Bianco.
In un mondo post apocalittico dove non esiste più un sistema sanitario che possa fornire un trattamento psicoterapeutico a chi soffre di disturbi psichici, Ellie è costretta a subire gli effetti devastanti da stress post-traumatico. Non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle la morte di Joel: soffre di attacchi di panico e lo rivede col viso tumefatto e ricoperto di sangue, negli istanti prima di spirare. È ancora profondamente, irrimediabilmente tormentata. D’altra parte il tempo non rimargina ferite così profonde, che lacerano anche l’anima. Ellie si convince che l’unico modo per superare il trauma è trovare Abby e ucciderla una volta per tutte, e a nulla valgono i tentativi di Dina per convincerla a restare. Questa è la catarsi di cui ha bisogno.

E qui, finalmente, i due riflessi finora perfettamente speculari smettono di combaciare. Mentre Ellie si rimette sulle tracce di Abby, ossessionata da quest’ultima al punto da abbandonare la famiglia e l’apparente pace idilliaca della fattoria, Abby invece guarda altrove, verso un luogo dove lei e Lev possano vivere in tranquillità. Abby è andata avanti, ha un nuovo obiettivo; Ellie è rimasta ferma alla morte di Joel, come un orologio rotto. Abby non vuole più lottare; Ellie ne ha bisogno.
Lo scontro finale – per davvero questa volta – è un’azzuffata tra due persone esauste, ferite ed emaciate. Non è una scena epica e ricca d’azione, con musiche incalzanti e fiotti di sangue che schizzano ovunque, ma è quanto di più umano e reale potesse essere scritto. Ogni pugno trasuda disperazione, ogni caduta in acqua sembra essere l’ultima. Per lo stesso giocatore prendervi parte richiede un certo tipo di sforzo: “ora basta, smettetela”, ci viene da pensare. E proprio quando The Last of Us Parte II ci porta allo stremo assieme alle due protagoniste, ecco che finalmente arriva quella catarsi tanto anelata da Ellie, ma non nel modo in cui si aspettava sarebbe arrivata. Mentre tiene la testa di Abby sott’acqua, riesce improvvisamente a ricordare il volto di Joel, e non quello insanguinato e reso quasi irriconoscibile dalle ferite inferte, ma quello calmo e sorridente prima della tragedia. Ellie lascia andare Abby. Stavolta è davvero finita.

Un gioco che toglie, un gioco che dà

E se la vendetta di Abby nei confronti di Joel l’ha portata a nient’altro che notti popolate da incubi e sofferenza finché non ha scelto di salvare delle vite per bilanciare il suo debito e poter finalmente ricominciare da capo, Ellie, pur risparmiando infine la vita di Abby, si è spinta oltre il punto di non ritorno. E ha perso tutto. Una volta tornata alla fattoria – verosimilmente diversi mesi dopo – scopre che Dina e JJ se ne sono andati, ed in parte non ne sembra nemmeno così sorpresa. Era una possibilità che aveva contemplato nello stesso momento in cui aveva deciso di lasciarli, ma d’altro canto, per quanto tempo ancora avrebbe potuto fingere di stare bene se sotto la pelle ogni fibra del suo corpo era in costante tumulto? Se bastava un rumore metallico improvviso a scatenarle dei ricordi terribili? La morte improvvisa di Joel l’ha privata della possibilità, proprio nel momento in cui si era ristabilita una connessione tra loro due, di perdonarlo per averla portata via delle Luci e averle mentito per anni. Ellie voleva perdonarlo, e parte del suo tormento derivava proprio dal fatto che questo diritto le è stato negato.

Alla fine di The Last of Us Parte II, Ellie ha perso tutto, sì, ma ha anche ottenuto qualcosa di incredibilmente prezioso: nel momento in cui è riuscita a ricordare il volto sereno di Joel, ha capito di averlo finalmente perdonato e così ha potuto fare lo stesso con Abby, interrompendo dunque il ciclo di vendette che altrimento avrebbe potuto non trovare mai una fine. Ha imboccato la via che porta all’accettazione e, possibilmente, alla guarigione di una ferita che l’aveva spaccata in due. Silenziosamente, Ellie si lascia indietro la chitarra che le aveva regalato Joel e che non può più suonare: non tornerà a prenderla. Deve andare avanti.

Questo articolo è stato scritto da...

Corrada Assenza

Collaboratrice

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!