L’uso, comune a tutte le lingue europee, della parola persona per indicare l’individuo umano è, senza saperlo, pertinente: persona significa, infatti, la maschera di un attore, e in verità nessuno si fa vedere com’è; ognuno, invece, porta una maschera e recita una parte.
Arthur Schopenhauer

Nel decidere il tema del nostro editoriale di febbraio, non potevamo non guardare alla più importante festività che questo mese porta con sé, una delle feste più antiche e goliardiche della nostra tradizione: il Carnevale.
Certo, la situazione di emergenza in cui ancora ci troviamo ha fatto sì che, in tutto il mondo, quella di quest’anno fosse un’edizione “anomala” del Carnevale, tra eventi annullati, rimandati, resi virtuali o adattati nei modi più disparati per rispettare le norme sanitarie. Lo abbiamo visto col Carnevale di Rio de Janeiro, inizialmente rinviato a luglio e poi definitivamente annullato; col Carnevale di Venezia, interamente trasposto in digitale e trasmesso in diretta streaming sul sito ufficiale dell’evento e sui vari social ad esso connessi; con la parata del Mardi Gras a New Orleans, che ha trasformato le tradizionali sfilate per le strade in un’esposizione di carri “statici”, invitando gli artisti a decorare con le loro sculture di cartapesta le case della città.

E se di Carnevale si parla, risulta evidente la correlazione tra questa festa e il simbolo che più di ogni altro la caratterizza: la maschera. Un oggetto che non è soltanto uno strumento con cui giocare a fingersi un altro, ma che porta in sé un enorme significato simbolico.
D’altra parte, l’uso della maschera si perde nella notte dei tempi. Troviamo testimonianze che ne attestano l’utilizzo fin dalla preistoria (basti guardare le pitture rupestri sulle pareti delle Grotte dei Trois-Frères), quando i cacciatori erano soliti indossare costumi zoomorfi per mimetizzarsi durante la caccia. In molte antiche civiltà, inoltre, ad essa era attribuito un ruolo magico e misterioso: per questo era utilizzata durante le cerimonie sacre e, in particolare nei riti funebri, dove la maschera funeraria posta sul volto del defunto assumeva la forma di una sottile lamina d’oro. L’atto di indossare una maschera si è poi legato indissolubilmente all’arte teatrale, a partire dalle rappresentazioni nell’Antica Grecia fino ad arrivare alla Commedia dell’arte italiana, con tutte le maschere tipiche di ogni regione. È stato ampiamente discusso in letteratura, dove è d’obbligo la menzione della “Teoria delle maschere” introdotta nel 1934 da Luigi Pirandello, che le interpreta come metafora della spersonalizzazione e della frantumazione dell’io, analizzando il ruolo che esse svolgono all’interno delle comunicazioni quotidiane e delle relazioni interpersonali.

Per questo, per tutta la storia e il valore culturale che esse nascondono, il tema che abbiamo scelto per il mese di febbraio è quello delle maschere.
Maschere utilizzate nella caccia e nei riti propiziatori. Maschere per esorcizzare la paura o la morte, per celebrare rituali magici e religiosi. Maschere per creare una connessione, per mettersi in comunicazione con gli altri scegliendo di mostrare parti di sé altrimenti nascoste, per entrare in relazione con la sfera del divino. Maschere per potersi nascondere, maschere per sentirsi al sicuro, maschere dietro cui celare la propria vera identità per fingere di essere ciò che non si è. Maschere che garantiscono l’anonimato, maschere che omologano l’individuo conducendolo all’autoalienazione e maschere erette a simbolo dietro cui unirsi. Talvolta, maschere che indossiamo senza neppure saperlo.

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Alessia Zannoni

Fondatrice

Cresciuta a pane e Pokémon e giocatrice di Magic della domenica, colleziono dadi e ripongo in loro la mia più estrema fiducia quando si tratta di prendere decisioni importanti.
Il modo più sicuro per approcciarmi è offrire del cibo, ma mi potete tirare fuori dal guscio suggerendo buone letture e film con cui passare una serata sotto le coperte e con una tisana tra le zampe.

Mezzelfa disadattata per natura, mezzorca per attitudine, Tartaruga per scelta.

Sara Zarro

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Tra le sue innumerevoli qualità si contano l'affinità fisica, psicologica e intellettuale con pony, ippopotami, nutrie ed esseri bassi e tozzi in generale; le doti comunicative con esseri inanimati quali orsetti peluche; la capacità di tessere relazioni amorose immaginarie con personaggi letterari o cinematografici dalla dubbia popolarità. Ma ha anche dei difetti.

Io credo nelle fate. Lo giuro, lo giuro!

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