Le origini di un capolavoro

Sandro Botticelli (Firenze, 1445 – 1510) già a 26 anni apre il proprio laboratorio d’arte, probabilmente col supporto di Lorenzo de’ Medici che ne aveva intravisto le potenzialità uniche.

L’adesione all’Accademia Platonica, la riscoperta della classicità e le sue indubbie capacità artistiche riconfermano Sandro quale artista della famiglia medicea; infatti, è proprio per il Magnifico che l’artista esegue tra le sue opere più celebri (tutte conservate agli Uffizi): l’Adorazione dei Magi (1475) trasfigurazione nell’episodio biblico di un omaggio personale di Botticelli al casato mediceo, Pallade e il centauro (1482) e, non meno importante, La Primavera (1480 circa).

Un trittico di opere maturato nella brillante corte di artisti e intellettuali che Lorenzo, scaltro politico e grande mecenate, aveva messo insieme e promosso come ambasciatori dell’ingegno fiorentino e della propaganda medicea (specie in centri nevralgici come Roma e Milano).

Pure La Primavera di Botticelli potrebbe rientrare in questo disegno di propaganda politico-culturale al servizio delle doti diplomatiche del Magnifico: in realtà si tratta di una delle opere più mature della fase “classicista” di Botticelli, oltre che di una forma d’ambasceria interna alla famiglia, rivolta ai cugini del Magnifico (Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici). Un lavoro pittorico eseguito nel periodo 1481-82 probabilmente nella villa rurale di Castello, dimora dei cugini.

Nella fase centrale della sua carriera, Botticelli ricerca il Bello e la Grazia ideali, liberandosi da forme fin troppo naturali (dunque inevitabilmente imperfette). Sulla scorta degli studi di Ficino e dei suoi seguaci va riletta La Primavera, ovvero come un’esaltazione dell’armonia universale e di tutte le qualità più elevate dello spirito cui l’essere umano deve ambire.

La Primavera, fonti e significati

Il capolavoro botticelliano è, inoltre, un potente inno alla perenne rinascita della natura (e dello spirito) nell’Amore, sostenuto da ulteriori significati più particolari e nascosti: la filosofia neoplatonica, le Stanze per la giostra composte da Agnolo Poliziano nel periodo 1475-78 in onore della vittoria di Giuliano de’ Medici nell’omonima manifestazione, sino a recuperare alcune fonti classiche come le Odi di Orazio, il De Rerum Natura di Lucrezio e i Fasti di Ovidio. Non è di poco conto pure il possibile apporto di Marsilio Ficino (fondatore dell’Accademia Platonica fiorentina): l’autore si dice avesse indirizzato alcune singolari lettere a Lorenzo di Pierfrancesco – uno dei due giovani destinatari del dipinto botticelliano – piene di esortazioni morali ad esercitare la Virtù sotto la protezione di VenereHumanitas, invece di cercare il successo affidandosi solamente alla propizia congiunzione astrale.

Per la realizzazione “tecnica” dell’opera pare che Botticelli si sia ispirato – strano a dirsi – proprio all’osservazione della tanto imperfetta Natura; un focus sul mondo reale, dunque, insolito vista la tensione alla perfezione ideale da parte dell’artista, ma che si traduce in una resa minuziosa delle piante e fiori che colorano la primavera delle campagne fiorentine.

I protagonisti sulla tela

La narrazione del quadro va intrapresa da destra verso sinistra: Zefiro, vento vivificatore della natura, rincorre Flora e, dalla loro unione, nasce la Primavera che quasi incede verso di noi spargendo fiori. In posizione centrale si staglia Venere, dea dell’Amore e della fecondità, accompagnata da Eros svolazzante sopra la sua testa, bendato e pronto a scoccare la sua freccia. Nella partizione sinistra del quadro si stagliano le tre Grazie, intente in una danza d’amore, sinonimo di pace ed armonia; Mercurio, infine, figura mitologica legata al mese di maggio, quasi defilato verso la cornice impugna il suo caduceo, agitandolo quale simbolo di quella prosperità ed equilibrio capaci da soli di dissipare persino le nubi.

Una composizione originale

Le figure si intervallano come se si ergessero su un fregio di un tempio greco classico, tese fra loro da un ritmo dolce e quasi musicale, in grado di animare una danza così soave da ingentilire e alleggerire le forme. Un movimento ritmico realizzato grazie al lavoro sul contorno delle figure, più in rilievo rispetto al volume stesso dei personaggi. Nonostante un orientamento abbastanza classico tra questi ultimi, il dipinto si caratterizza per un impianto prospettico-spaziale del tutto antirinascimentale, ove le figure sembrano prive di qualunque “peso” (sembrano piuttosto galleggiare sull’erba) e slegate da qualsiasi relazione.

Le figure, infatti, non vengono presentate su livelli diversi in base alle regole prospettiche, ma orientate lungo un unico piano molto compresso verso lo spettatore con uno sfondo che tende a limitare la profondità, molto simile ad un fondale teatrale. Il senso di spazialità non viene completamente azzerato ma, in realtà, sospeso; un espediente sottolineato dalla figura di Venere che, sollevata rispetto agli altri personaggi, invece di tracciare la profondità della scena, sembra sostenere solamente la propria posizione centrale e dominante nella composizione.

Un messaggio ancora attuale

Un’opera, dunque, non solo forte di una celebrità senza tempo, ma soprattutto piena di vita, di movimento, di armonia, di virtù, di aspirazioni e, in fondo, di speranza; quella stessa speranza ed insegnamento che i Maestri del passato ci sottendono oggigiorno, pronti a risvegliarci (anche) con l’Arte, la Cultura, la Bellezza di cui è pieno il mondo lì fuori.

Questo articolo è stato scritto da...

Giacomo Giuri

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!