Vincent van Gogh e Antonio Ligabue… due artisti rimasti indelebili nella storia dell’arte e nell’immaginario collettivo, solo apparentemente distanti.
Infatti, benché d’origini diverse e sottoposti a influenze/contesti non paragonabili, le due figure sono accomunate da esistenze tormentate e dall’astio provato verso di loro da parte dei contemporanei. Il tormento, è vero, fa da comun denominatore, ma esso viene in parte riparato dall’agognato riconoscimento assegnato loro dal pubblico e dalla critica solo post mortem, unito alla forza dirompente della Bellezza e della Creatività più vere insita nelle loro opere.
Per cercare di commentare le vite e le peculiarità di Van Gogh e Ligabue si seguirà un percorso “visivo” orientato dai due più recenti biopic approdati nelle sale cinematografiche dedicati ai due artisti: rispettivamente Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (2019) di Julian Schnabel (in concorso alla settantacinquesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia) e Volevo nascondermi (2020) di Giorgio Diritti, con uno straordinario Elio Germano nei panni del pittore italo-svizzero.

Van Gogh, fra tormento e passione

“Vedo cose che altri non vedono” dice a un certo punto Van Gogh, vero creatore di una nuova, lungimirante sensibilità artistica. La luce del sole è il suo disegno. E lui sa che il suo talento, “un dono di Dio”, gli è stato molto probabilmente concesso per individui che ancora devono nascere.
A sciorinarlo sulla tela, con tutte le qualità e i difetti, è un pellegrino un esule che si sente perso quando non può affondare il suo sguardo curioso nel mondo.
È dagli occhi del Van Gogh uomo che si viene inondati dalla luce dei paesaggi del Sud francese, con la terra tra le labbra e le tele per dipingere portate sulle spalle. Con le suole consunte, le calze bucate, le mani callose l’artista intende liberare il quadro dalla mera copia della natura e farsi guidare dalle emozioni che promanano da essa. Uno dei più grandi meriti del film di Julian Schnabel è proprio questo: condurre lo spettatore in un viaggio nell’anima di van Gogh, dominata dalla natura. Una natura sospesa tra viatico e dramma, ora custode del legame antico che unisce gli uomini, ora riflesso dello spirito funesto che avvolge l’artista, con quelle radici partorite dalla sua mente “da pazzo” che per i più diventano quadri sgradevoli, per altri suoi contemporanei creature mostruose.
La storia del cinema è piena di progetti e di pellicole di stampo fin troppo biografico e documentaristico – per van Gogh, come per molti altri “grandi”, si conosce già quasi tutto – e, alla luce di ciò, il regista ha optato per il superamento di questo cliché, decidendo di condurre il pubblico al fianco del genio, con un approccio nuovo.
Il maestro è solo e lo spettatore con lui, a soffrire il freddo, ad ascoltare il vento, a penetrare la natura, con una corsa tra i campi o una passeggiata assorta, avvolti da una natura carica di colore e suggestioni. L’intero racconto è un invito a immaginare le scene che avrebbero potuto plausibilmente aver luogo, le situazioni nelle quali Vincent avrebbe potuto trovarsi, le cose che avrebbe potuto dire, ma che l’artista non ha scritto e la storia mai registrato.

Cercando di superare le solite curiosità, il film punta dritto all’uomo van Gogh, scavando negli ultimi anni, negli anfratti della sua esistenza tormentata, quando lui, genio incompreso e spietatamente sprezzato, è consapevole di avere acquisito una nuova visione del mondo, superando il modo di dipingere degli altri pittori, a cominciare da Gauguin (interpretato nel film da Oscar Isaac).
Anche nell’approfondimento del rapporto tra i due, il realismo estremo è quello che maggiormente colpisce. Li si potrebbe osservare ancora oggi, persi in mezzo alla campagna, a conversare sulla tecnica e sull’estetica dell’arte mentre scrivono il manifesto programmatico, personale e diverso, della loro arte immortale oppure a rimproverarsi l’un l’altro di usare troppa pittura sulla tela. Uno è abituato a dipingere a partire dai ricordi e dall’immaginazione (van Gogh), l’altro ha sete di modelli reali (Gauguin).
Nel suo rapporto con Gauguin, così come in quello con il fratello Theo, il regista lascia spazio all’uomo fragile, che vede nell’abbraccio del fratello, nella presenza dell’amico, la sua unica ancora di salvezza. Una profondità e sensibilità verso queste sfaccettature probabilmente date dal fatto che il regista Schnabel è anch’egli artista il quale, nel tessere il suo racconto, appare del tutto in sintonia con il “collega” olandese.

Una pittura nuova (e tanto derisa)

“I miei dipinti sono conforto e speranza”
Indubbiamente vincente la scelta di incentrare il film sull’atto concreto di porre il colore sulla tela, presentando al pubblico il gesto autentico di un maestro1.
Può un film raccontare - seppure con un linguaggio che gli è proprio e alterando la dimensione temporale - l’intenso turbinio di sentimenti e di carica vitale che sono all’origine dell’atto del dipingere? Da questa apparente impossibilità Schnabel ha ricavato la sua sfida, cercando di sviscerare aspetti spesso trascurati in altri lavori sugli artisti, offrendo una visione molto personale degli ultimi giorni di vita di Vincent.
E così lo spettatore ne assapora l’anima, la fatica fisica, la dedizione totale, condividendo il momento che accompagna la creazione dell’opera, una sensazione magica, violenta e al tempo stesso viscerale, che annulla la dimensione tempo. Quello che piace delle ore bucoliche trascorse dal pittore completamente immerso nella natura è quello stile “traballante” scaturito dalle riprese effettuate, in buona parte, con la macchina a spalla. Il direttore della fotografia diventa così reporter di guerra sul campo e lo spettatore cammina, si sdraia sulla terra, corre anche lui, vivendo e vibrando mentre coglie tra le rughe del pittore i rari sorrisi scaturiti da una natura ammaliante.

Sulla soglia dell’eternità, dunque, sottolinea lo stato complicato dell’artista: una vita trascorsa per la pittura, ma che incontra vari tipi di difficoltà, dalle problematicità nell’instaurare rapporti interpersonali al desiderio di cambiare luoghi e paesaggi, dalle vere e proprie derisioni da parte delle altre persone alla malattia con la quale l’artista si è trovato a combattere negli ultimi anni della sua vita e che lo porterà al ricovero in un istituto psichiatrico. Un’esistenza caratterizzata da fatica, tormento e passione che verrà ricompensata solamente post mortem, quando la sua arte inizierà a essere considerata e apprezzata.
Per i suoi atteggiamenti e per il suo aspetto alquanto strano per gli abitanti di quella zona di Francia, van Gogh viene spesso sbeffeggiato e deriso (in una scena addirittura da una classe di alunni con la loro insegnante) e le reazioni dell’artista appaiono non del tutto controllate, al limite della pazzia. Chi accorre per dargli conforto, come del resto ha fatto per l’intera sua esistenza, è il fratello Theo, di quattro anni più giovane rispetto all’artista e figura fondamentale per quest'ultimo: oltre ad avere un rapporto molto profondo e protettivo, è tra le poche persone a incoraggiare la sua arte. Celebri sono infatti le lettere a Theo, dalle quali si percepisce come quest'ultimo sia un vero punto di riferimento per il fratello.
Nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni psichiche negli ultimi duri anni di vita, van Gogh non smetterà mai dipingere: la pittura è per lui una sorta di terapia. Forse, ciò che colpisce maggiormente, è la contrapposizione creata tra le fragilità di van Gogh sotto il punto di vista umano e la grande forza dello stesso artista nel portare avanti la sua arte con dedizione e passione, nonostante le avversità.

L’incomprensibile diventa artista

In concorso alla 70esima edizione del Festival Internazionale del cinema di Berlino “Volevo Nascondermi”, il nuovo film di Giorgio Diritti con protagonista Elio Germano2 nei panni del pittore Antonio Ligabue ne traccia la parabola esistenziale tanto sfaccettata quanto tormentata.
Un’anima disgraziata, una vita piena di sofferenza, trascorsa da un manicomio all’altro sin da piccolo, intervallata da periodi in famiglie adottive che non sapevano amarlo veramente: Antonio Ligabue (1899- 1965) è uno dei pittori più controversi del panorama italiano e anche uno dei più apprezzati. “El Tudesc” lo chiamavano, figlio di un’emigrante italiana, respinto dalla Svizzera in Italia per i suoi problemi psichici, le sue intemperanze, i suoi comportamenti anomali nel periodo fascista in cui tutto doveva essere ordine e disciplina.
Dallo sguardo nervoso e preoccupato del protagonista che emerge dalla coperta scura del manicomio deriva tutta la chiave di lettura del film: scrutare il mistero dell’arte sepolto sotto la coltre e l’ottenebramento della follia. Impaurito come un bambino solo, “Toni” come veniva spesso appellato rivive, assieme allo spettatore, ricordi angoscianti della sua infanzia ed adolescenza piene di maltrattamenti, derisione, umiliazione, considerato “vittima” dei demoni insinuatisi nell’anima. Una vita fino a quel momento già segnata da malesseri, isterie e nevrosi abbastanza invalidanti, amplificate da soprusi ed abbruttimento psicologico di vario genere. Traumi che si porta appresso per tutta la sua esistenza, cercando di nascondersi dagli altri.
In maniera non dissimile da van Gogh, pure Ligabue si trova immerso totalmente nella Natura, la quale però assume delle sfumature simboliche diverse: se per l’artista olandese la natura è oggetto di un’estetica personalissima nonché massima aspirazione spirituale per un distacco dal tormento, per il “naïf italiano” invece la natura diviene una culla che lo allontana dalla “civiltà” che lo considera un matto pericoloso da vessare od ignorare perché strano, brutto e rachitico.

Il tormento di un naïf

La regia di Diritti rende omaggio al rapporto quasi romantico che Ligabue aveva coi paesaggi che spesso ritraeva, grazie ad inquadrature en plein air. In realtà, grazie alla magnetica interpretazione di Elio Germano fatta di sguardi intensi, parole scomposte e movenze quasi ringhianti, si coglie tutta la sofferenza ed il bisogno di amore del pittore. Un sentimento che da parte sua, “bestia fra altre bestie”, sente di poter rivolgere esclusivamente ai suoi amati animali, soggetti preferiti dei suoi dipinti: tigri, galline, conigli, cani, cavalli, muovendosi guardingo tra la gente, tra chi nel bene e nel male gli si avvicina, spaventato da quello che potrebbero fargli. Osserva gli animali e li imita, li accarezza, li abbraccia sentendosi apprezzato solo da quelle anime pure, come la sua, e dai bambini. La sua disperazione si manifesta quando muore una bambina di Gualtieri (la cittadina nelle campagne emiliane ove risiedeva l’ultima famiglia adottiva del pittore, ndA), che poi ritrae e al cui dipinto chiede disperato “Dove sei?”; un’immagine straziante e che rivela tutta la tenerezza e l’umanità di colui che era considerato un fenomeno da baraccone, un mostro privo di anima e pericoloso, che meritava solo di essere rinchiuso in manicomio.

Il processo artistico di Ligabue passa per l’immedesimazione totale nelle bestie che ritrae: la sua è arte istintiva, dipinge quello che vede e attraverso questo comunica quello che sente e che lo tormenta. Le bestie minacciose divengono così simbolo dell’universo di Ligabue, della rabbia repressa per la sua condizione di reietto. Una condizione che tenta di superare, nonostante fosse un individuo pieno di contraddizioni spigolose, molte delle quali frutto del contrasto fra la campagna emiliana placida, popolaresca e la corsa del mondo moderno. In opposizione a tale scenario rurale, l’artista sperimenta infatti sulla propria pelle una tensione verso il consumismo che si esercita attraverso l’acquisto smodato di motociclette, l’ossessione per il matrimonio come massimo appagamento del sogno borghese e l’insistenza sulla sua condizione da anima “aliena” perché votata interamente all’arte e non all’ottusità della cattiveria del mondo (si perde il conto delle volte in cui pronuncia la frase «Io sono un artista»). Un’affermazione quest’ultima che, banalmente, non è soltanto una ripetizione ossessiva, ma soprattutto un richiamo deciso all’anima naïf di un artista e, non meno importante, al rispetto della condizione umana… anche se tormentata.

1Willem Dafoe, che interpreta il protagonista, ha seguito lezioni di pittura impartite dal regista Schnabel proprio per immedesimarsi in maniera autentica nella sua mimesi filmica.
2 Orso d’argento all’ultima Berlinale per la miglior interpretazione.

Questo articolo è stato scritto da...

Giacomo Giuri

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!