L’apnea di Three Colors: Blue (1993)

Guardare Three Colors: Blue, diretto dal regista polacco Krzysztof Kieślowski, è un po’ come immergersi in mare nell’oscurità di mezzanotte e abbandonarsi al moto delle onde, fluttuando leggeri nel buio. Per il momento ci lasciamo trasportare, e sembra quasi di poter vedere la riva dietro di noi allontanarsi poco a poco mentre ci dirigiamo verso l’ignoto.
L’evento pivotale del film si svolge in una delle primissime scene: lo schianto di un’auto, rapido e fatale. Noi siamo i testimoni sulla scena - anche se non gli unici, e veniamo involontariamente coinvolti in quanto tali, ma non sappiamo ancora fino a che punto. Per il momento galleggiamo ancora tranquilli nella quiete notturna, l’acqua appena perturbata da un sassolino lanciato nel buio.
Di lì a poco però ci ritroviamo travolti dal dolore silenzioso dell’unica superstite: una donna che in un battito di ciglia ha perso tutto. Una donna rimasta sola. E non ci sono lacrime, non ci sono urla strazianti, solo occhi vuoti come biglie di vetro e una mano tremante che si chiude attorno a una manciata di pillole. Il mare che ci inghiotte lentamente è un mare calmo. Nessuna tempesta, non si leva nemmeno un filo di vento. Il blu del mare riempie il nostro sguardo.
Bastano poche scene, e già possiamo avvertire la silenziosa angoscia di Julie, la protagonista, tentare di insinuarsi dentro di noi quasi in punta di piedi, senza disturbare. È un sentimento che ci investe in pieno, ma con la delicatezza di una carezza sulla guancia. Quando ci rendiamo conto di essere completamente sommersi ormai è troppo tardi: tratteniamo il respiro, ma restiamo vigili, nella speranza di non essere sopraffatti e che prima o poi queste acque sconosciute, torbide e infelici, ci restituiscano alla riva.

La menzogna di Perfect Blue (1997)

Guardare Perfect Blue, un film d’animazione giapponese di Satoshi Kon, è un po’ come svegliarsi il mattino dopo una festa durante la quale si è bevuto qualche bicchiere di troppo. Si resta qualche minuto in più con la testa sul cuscino a cercare di ricordare gli eventi della serata, di dare un ordine sensato ai pensieri che si accavallano l’uno sull’altro, rincorrendosi chiassosi in tondo senza mai fermarsi. Cos’è accaduto veramente e cosa invece è frutto di deliri del nostro inconscio inebriato? Dove si posa l’impalpabile linea di confine tra realtà e sogno, tra verità e finzione?
Mima è una giovane idol, sta per abbandonare il trio musicale di cui fa parte da diverso tempo per abbracciare la carriera di attrice. Non è una sua decisione, ma anche lei pensa che sia la cosa più giusta da fare. Inizia a recitare, le dicono che un cambio d’immagine è quello che ci vuole per dare il giusto slancio alla sua popolarità e d’un tratto Mima non è più un innocente idol dalle guance rosee e dagli occhi luminosi. Non è una sua decisione, ma anche lei pensa che sia la cosa più giusta da fare.
Il colore blu in Giappone rappresenta la purezza, ma anche la passività. Mima recita scene di violenza, Mima subisce momenti di violenza. Dov’è la differenza? Mentre rievochiamo gli istanti offuscati di una serata che sembra già lontana, con la testa ancora sul cuscino e lo sguardo appannato rivolto al soffitto, alcune azioni da noi compiute ci appaiono estranee, come se un’altra versione di noi stessi si fosse risvegliata e avesse preso il sopravvento tra un bicchiere e l’altro. Si può dire che fossimo davvero noi? Mima si guarda allo specchio e non si riconosce. Vede un’altra persona, un’altra se stessa che compie azioni di cui lei non ha alcun ricordo, di cui lei non sarebbe mai capace. Si può dire che fosse davvero lei?

Le disillusioni di Blue Valentine (2010)

Guardare Blue Valentine, diretto da Derek Cianfrance, è come ritrovare un vecchio giocattolo in una scatola impolverata e dimenticata in soffitta, nel bel mezzo di un trasloco. È’ un giocattolo che amavamo molto da bambini, di cui ci prendevamo teneramente cura, e tenerlo in mano in un primo momento fa riaffiorare i dolci ricordi di un’altra vita. Sentimenti puri di un’infanzia ormai lontana. Eppure, più lo osserviamo rigirandocelo tra le mani, più queste memorie ovattate ci fanno incupire, e il manifestarsi di una consapevolezza crudele ci riporta repentinamente alla realtà, al tempo presente: non siamo qui per lasciarci cullare dalla nostalgia, siamo qui per selezionare, gettare e fare spazio. Siamo qui per andare avanti, non per tornare indietro. I protagonisti di questo film, Dean e Cindy, sopravvivono nel loro matrimonio. Non c’è più niente che li leghi, se non l’esistenza stessa della loro unica figlia, Frankie. Dean e Cindy si feriscono a vicenda nel disperato tentativo di non lasciar morire il loro legame, ma non sanno che questo legame è già morto - è un blue valentine, per l’appunto, un amore giunto al termine, avvizzito come il giardino di una casa abbandonata. Solo erbacce e cattivi sentimenti sono cresciuti rigogliosi, infestandolo. In parallelo alla fine del loro rapporto, tramite una serie di flashback ne osserviamo anche gli inizi. Dean e Cindy più giovani, più ingenui, suonano e ballano per le strade della città, nel cuore della notte. Si innamorano. Si sposano. Hanno una figlia. Si tratta di ricordi teneri, ma ingannevoli: quello che vediamo è solo il passato, immerso in una spensieratezza e in una genuinità che non esistono più. Il ritorno al presente è amaro, il contrasto è spietato. Dean e Cindy sono persone diverse, adesso, e per quanto ci provino non possono far rivivere il loro legame. Un giocattolo dimenticato e ammuffito in un angolo della nostra casa rimane tale, anche riscoprendolo dopo anni, e i bei ricordi che lo circondano sono flebili come la fiamma di una candela. Siamo qui per andare avanti.

Questo articolo è stato scritto da...

Corrada Assenza

Collaboratrice

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!