Nato a Nizza il 28 aprile 1928 da genitori pittori (paesaggista il padre, astrattista la madre), Yves Klein pratica ad alto livello il judo, conosce le filosofie orientali avvicinandosi alle teorie iniziatiche e misteriche della Rosa Croce e suona nell’orchestra jazz di Claude Luther a Parigi. Un personaggio poliedrico che, nonostante una carriera cortissima (scompare a soli trentaquattro anni), ha lasciato una testimonianza indelebile nella Storia dell’Arte.

In principio era il colore…

Nel mondo dell’arte i Grandi Artisti hanno sempre portato nelle loro opere il loro processo creativo e la loro ricerca stilistica, classica o sperimentale in base al periodo/contesto (dalla prospettiva di Piero della Francesca all’Action Painting di Pollock). Come la ricerca del proprio stile, anche le sperimentazioni sui colori da usare nei dipinti hanno origini antichissime: si miscelano vari pigmenti ottenuti da elementi naturali, per ottenere nuove tonalità. Pensiamo al colore porpora: il pigmento si estraeva dal murice comune, un mollusco della famiglia dei Muricidi. Un lavoro da certosino, prodotto inizialmente dai FeniciIl primo pigmento sintetico, escludendo il rosso di ocre riscaldato e il carbone, è stato il blu egiziano, introdotto grazie alla produzione vetraria che usava di base il rame. Da sottolineare che il blu egiziano era ben diverso dall’indaco che invece era di origine vegetale (ottenibile ad esempio dalle piante Indigofera tinctoria e l’Isatis tinctoria).
Nel corso dei secoli, le sperimentazioni e le composizioni dei colori si sono affinate. Il colore stesso è diventato a volte uno strumento di stile, altre volte ci sono artisti che più di altri si sono dedicati al tema del “colore” con particolare interesse (e con altrettanta audacia). È il caso di Yves Klein, l’artista francese noto per i suoi Monocromi e per il “suo” Blu.

Y. Klein, Anthropométrie sans titre (ANT 75), ca. 1960, 142.5 x 201.5 cm

Gli esordi

Verso la fine degli anni Quaranta realizza i suoi primi dipinti nella sua casa-atelier sita a Parigi. Durante i suoi numerosi viaggi all’estero (dall’Italia al Giappone, dall’Inghilterra agli Stati Uniti) rimane sempre più affascinato da una componente: la profondità del cielo blu. Da qui la sua convinzione che la monocromia era l’esito ultimo della ricerca pittorica e che il colore aveva valore in sé stesso. In ciò si ritrova molto vicino all’estetica di Mark Rothko, aggiungendovi il desiderio di mantenere la brillantezza e la tonalità delle polveri di colore che invece si perdevano, una volta unite al legante.
La sperimentazione di nuove nuances lo portano alla ricerca dell’essenza del colore. Ma a Klein non basta ricercare il colore, lo vuole creare in toto. Nel 1956, dopo tante ricerche, ecco che Yves crea «la più perfetta espressione del blu», un blu oltremare intenso, sintesi per lui di cielo e terra. L’International Klein Blue – IKB, è stato sviluppato da Klein in collaborazione con dei chimici sospendendo il pigmento asciutto in una resina sintetica. Sebbene questo nuovo colore non verrà mai prodotto a livello industriale, sarà il tema centrale delle sue opere.

Y.Klein, Monochrome bleu sans titre, 1959, 92x73cm. Collezione privata

L’importanza del Colore

Secondo Klein i pigmenti non andavano ridotti a meri strumenti dell’artista, ma dovevano essere considerati quali soggetti principali delle opere: in questa prospettiva, l’artista doveva completamente evitare ogni tipo di stesura che potesse rivelarne la soggettività. Klein, infatti, decise di sostituire il suo classico pennello con un rullo da imbianchino, così da ottenere una stesura perfettamente uniforme dei pigmenti.
Monocromo blu senza titolo (1959) è un’opera esemplare di come l’IKB possa creare l’illusione dell’infinito e costituire la base per la meditazione. Nel blu la mente si perde, mentre con il colore delle profondità del mare, rischiarate dalla luce, si identifica.
Il blu è vita e, attraverso questa associazione, può avvicinare l’uomo alla Creazione.

Monocromie e dintorni

L’IKB rimane sempre al centro della sua produzione artistica, arricchendola con una serie di sperimentazioni: ad esempio, le Antropometrie. Il 9 marzo 1960 a Parigi, presso la Galerie Internationale d’Art Contemporain, presenta al pubblico Les Anthropométries de l’époque bleue, vera e propria azione concettuale dove realizza una serie di impronte umane su tela e su carta utilizzando modelli viventi: Klein, in elegante abito da gala e guanti bianchi, inizia a dirigere un’orchestra di venti musicisti e cantanti che eseguono per venti minuti la Sinfonia Monotona-Silenzio (da lui composta).
A musica iniziata entrano in scena tre affascinanti modelle nude che cominciano a dipingersi i corpi a vicenda con vernice blu IKB e, dirette dallo stesso Klein con movimenti eleganti, come in una danza, si adagiano sulle tele e sui fogli di carta appesi alle pareti lasciando impresse le impronte dei loro corpi. A musica terminata, seguono venti minuti di rigoroso silenzio e contemplazione. Da alcuni critici è stato considerato come uno dei primi happening, ove l’intervento dell’artista era pressoché assente: egli, infatti, non dipingeva, ma le modelle – alla stregua di pennelli umani – si muovevano seguendo perfettamente le istruzioni dell’artista, la cui attività, pertanto, era puramente mentale.

Messa in scena delle Antropometrie dell’epoca blu, Parigi, 9 marzo 1960

Un solo colore. Una sola voce

Quando gli si chiedeva cosa rappresentasse la sua arte, Klein narrava un antico racconto persiano: "C'era una volta un flautista che un giorno si mise a suonare una nota unica, continua e ininterrotta. Dopo aver così fatto per vent'anni, sua moglie gli fece notare che gli altri flautisti producevano un'ampia gamma di suoni armoniosi e intere melodie, creando una certa varietà. Ma il flautista monotono replicò che non era colpa sua se egli aveva già trovato la nota che tutti gli altri stavano cercando”. Klein arrivò a concretizzare la parabola del flautista, non solo in pittura, ma anche nella musica, componendo la già citata Sinfonia Monotona-Silenzio.
Per estensione, Yves Klein potrebbe essere considerato come il direttore della sua stessa esistenza spirituale, sempre pronto a dare l’incipit, alzando il braccio alla presenza di un pubblico invisibile a cui richiede l’attenzione per l’evento artistico che sta per avere luogo.

"La mia vita dovrebbe essere come la mia sinfonia del 1949, una nota continua, liberata dall'inizio alla fine, legata ed eterna al tempo stesso perché essa non ha né inizio né fine…"

Immagine di copertina: Yves Klein davanti all’opera Grande Anthropophagie bleue – Hommage à Tennessee Williams (ANT 76) alla Galerie Rive Droite, 1960

Questo articolo è stato scritto da...

Giacomo Giuri

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!