Da quando l’essere umano ha preso coscienza di sé e della propria esistenza, ha iniziato a porsi delle domande di non poco conto, alle quali ancora oggi non è stata data risposta (e probabilmente non verrà mai trovata, almeno in senso assoluto e definitivo). Che cosa c’è dopo la morte? Che cos’è la felicità? Chi siamo noi? Qual è il nostro scopo?

Il tema di questo mese è altrettanto profondo: il filo rosso. Dati i molteplici significati che vi si attribuiscono, in questa sede è stato considerato come un generico “filo rosso del destino”. Quindi: che cos’è il destino? La nostra vita è determinata fin dal principio? Oppure possiamo plasmarla tramite le nostre azioni e le nostre decisioni?

Fato e destino: una distinzione da rimarcare

Greci e romani erano soliti parlare di fato e di destino con significati differenti. Nel primo caso, il fato è rappresentato da divinità quali le Moire e le Parche. La natura divina del fato, dunque, implica un qualcosa di ineluttabile, stabilito e non modificabile, a cui gli uomini e gli stessi dei maggiori sono sottoposti: nessuno può sottrarvisi. Il destino, invece, è legato all’agire del singolo individuo. Cicerone affermava “faber est suae quisque fortunae”, ovverosia “ognuno è artefice della propria sorte”.

Come spesso accade, però, le situazioni tendono a mescolarsi, con la conseguenza che ogni storia risulta unica e diversa dalle altre. Ed è proprio questo ciò che rende questa tematica così sfaccettata e affascinante.

L’infinita lotta contro fato e destino: l’esempio di Red Dead Redemption

Nel corso dei secoli, nei libri, nei film, negli spettacoli teatrali, nella musica e ultimamente anche nei videogiochi, abbiamo assistito a diverse opere incentrate su questo argomento. La scelta è ricaduta questa volta su Red Dead Redemption, videogioco del genere action-adventure pubblicato da Rockstar Games. Una sorta di Grand Theft Auto ambientato nel vecchio West, nella sua struttura di base, ma molto più profondo nelle vicende raccontate.

Sono stati pubblicati due titoli (tre, se si conta il meno rinomato Red Dead Revolver del 2004): il primo risale al 2010 e ha come protagonista John Marston; il secondo, Red Dead Redemption II, è ben più recente (2018), e incentrato sulla figura di Arthur Morgan. Entrambi i personaggi hanno un trascorso criminale alle spalle: erano infatti membri della Van Der Linde Gang, una delle ultime bande (fittizie) dell’America di fine ‘800/inizi ‘900 a essere spazzate via dalla “civilizzazione”, fatta di industrie, commercio, ferrovie, magnati del petrolio, banche e, fondamentalmente, città in espansione che si impongono sulla frontiera libera e selvaggia. Arthur e John si troveranno giocoforza a intraprendere un lungo percorso verso una insperata redenzione, il primo costretto a scegliere tra i suoi ideali o la lealtà nei confronti della banda che l’ha cresciuto, il secondo nell’estremo tentativo di seppellire un passato macchiato di sangue. Ma scendiamo un po’ più nel dettaglio.

“Nothin' means more to me than this gang” (Arthur)

Arthur e John vivono da nomadi, spostandosi di continuo, braccati dalla legge, perennemente in fuga. La loro esistenza è costellata da azioni criminose, ossia da ciò che permette loro di campare. Tuttavia, nel conoscere loro e i membri della banda, ci rendiamo conto che non si tratta solo di efferati malviventi. Arthur è un uomo dal passato difficile: era un giovane scapestrato che fu raccolto dalla strada dal carismatico Dutch Van Der Linde, leader e fondatore del gruppo. Simile è la situazione di John: padre alcolista e madre prostituta che morì dandolo alla luce, fu messo in un orfanotrofio in tenera età, poi riuscì a fuggire e finì per unirsi alla gang di Dutch. Chi ne fa parte è quindi, essenzialmente, gente disperata, costretta a vivere in condizioni pietose e miserabili. Dutch, nella sua visione, cerca di offrire ai suoi sodali una vita migliore, insegnando loro a leggere, a cacciare, a difendersi, a vedere ciò che di positivo c’è nel mondo. Egli è una persona autorevole e idealista: non sopporta il dover sottostare all’autorità del governo e alle sue regole, e non si ferma di fronte a niente per inseguire questo sogno, anche andando contro la legge.

"You don't get to live a bad life and have good things happen to you" (Arthur)

Nonostante i nostri protagonisti non siano della peggiore risma, e nonostante alla base della banda vi siano anche valori come la fratellanza e il cameratismo, tutti, piano piano, iniziano a prendere coscienza dell’effettiva natura del proprio essere e della realtà che li circonda.

Per quanto abbiano cercato di distinguersi dal resto dei delinquenti, resta il fatto che le azioni che hanno commesso nella loro vita non sono buone. Se hai condotto un’esistenza disonorevole, non puoi aspettarti altro che un prezzo da pagare. Questo è in sostanza il senso del titolo di questo paragrafo, che è poi il messaggio che in entrambi i videogiochi sembrano lasciare ai titoli di coda al giocatore. Il passato definisce ciò che siamo, e prima o poi ci presenta il conto.

Più in generale, poi, quando ci si trova nel mezzo di un passaggio storico epocale, non si può fare altro che prendere consapevolezza dei tempi che cambiano: il mito del Far West era ormai giunto agli sgoccioli. A quel punto ci si trova di fronte a un bivio: cercare di adattarsi oppure rimanere ancorati a una concezione del mondo vetusta e superata, nel bene e nel male. Quando si verifica una cesura così profonda nella società, tale da trasformarla radicalmente, l’unica soluzione è prenderne atto e cercare di tirare avanti in qualche modo. Arthur è probabilmente il primo a capirlo, e quando vede che il destino della banda è inesorabilmente compromesso, fa il possibile per aiutare John a fuggire. “Be loyal to what matters”, gli dice a un certo punto: entrambi sono legati a Dutch e al resto del gruppo, ma la sua compagna, Abigail, e il figlio avuto da lei, Jack, sono più importanti di ogni altra cosa.

"We can’t change what's done, we can only move on" (Arthur)

Eppure, nel destino infausto, c’è ancora spazio per lasciare il segno in positivo. Arthur e John sanno a ciò andranno incontro, ma fanno di tutto per rimettersi in carreggiata.

Arthur, che fino a quel momento non aveva mai concepito un altro modo di vivere, comincia ad aiutare gli sconosciuti che incontra sul suo cammino e coloro che in precedenti occasioni aveva danneggiato. Capisce che la sua condotta è stata riprovevole, ma non cerca una via per espiare le sue colpe: semplicemente fa ciò che ora ritiene più giusto. Egli troverà la morte per aver contratto la tubercolosi, malattia ai tempi mortale, ma non prima di essere riuscito a coprire la via di fuga a John, Jack e Abigail: questo è ciò a cui tiene maggiormente, perché se almeno loro riusciranno a farcela, tutto ciò avrà avuto un minimo di senso.

Per John, dal canto suo, è un nuovo inizio: compra un terreno e costruisce il suo ranch, conducendo per alcuni anni un’esistenza tranquilla da mandriano. Ciononostante, il passato torna a bussare alla sua porta: gli agenti dell’agenzia investigativa Pinkerton (una sorta di FBI ante litteram) lo scovano e minacciano di mettere in galera sua moglie e suo figlio se lui non li aiuterà a scovare i vecchi membri della sua banda, Dutch compreso. Malvolentieri, John fa ciò che gli viene chiesto, riuscendo a catturare o uccidere coloro che un tempo considerava suoi amici. Per un momento sembra che il lieto fine sia davvero possibile, ma sul più bello, quando finalmente sembra tutto finito, un raid dell’esercito americano misto ad agenti federali assalta la fattoria di John e costringe lui e la sua famiglia a scappare. John, similmente ad Arthur, riuscirà a metterli in salvo, ma al prezzo della propria vita.

“I remain a fool, and I’m sure I shall die a fool, but I'm trying very hard to be something like the man you deserve” (John)

La storia dei personaggi che abbiamo sin qui tratteggiato dimostra che (non sempre, ma spesso) la sorte è già scritta. Cionondimeno, dimostra anche che è possibile decidere come si arriverà all’appuntamento con il destino. Forse non servirà a cambiare le cose, ma l’importante è capire dove si è sbagliato e fare di tutto per migliorare. Il filo rosso, metafora della vita, di passato, presente e futuro, è delineato se volgiamo lo sguardo dietro di noi: ma se guardiamo avanti, forse potrà anche concludersi in un solo modo, ma c’è sempre il tempo per rimediare, o quantomeno tentare di incardinare la propria esistenza sui giusti binari. Alla fine di tutto, sia Arthur che John lasciano questo mondo nella maniera meno scontata che ci si potesse aspettare, visti soprattutto i loro trascorsi. Vista la complessità della questione, tuttavia, ci si potrebbe anche chiedere se tutto questo è sufficiente per essere considerati redenti. Chi vi scrive è dell’idea che, se non siamo ancora riusciti a trovare una risposta alle domande poste all’inizio, tantomeno possiamo trovarne a questa.

Ai videogiocatori l’ardua sentenza

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Questo articolo è stato scritto da...

Daniel Boaretto

Collaboratore

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!