Quando un’anima nasce, le vengono gettate delle reti per impedire che fugga.
Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti.

James Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man

Tra i numerosi percorsi interpretativi che si possono intraprendere nell’analisi letteraria, può essere estremamente interessante indagare le influenze spirituali e religiose di un determinato autore . Queste influenze suscitano sicuramente curiosità se ritrovate nelle opere di scrittori profondamente toccati dall’esperienza religiosa, ma fanno forse ancor più riflettere se presenti tra le pagine di autori lontani dalla fede.

Un caso molto particolare è rappresentato dall’autore irlandese James Joyce , che nonostante abbia rinnegato la propria fede da ragazzo, ne è sempre rimasto in qualche modo ossessionato. Leggendo le sue opere, capiamo come l’educazione gesuita impartitagli in gioventù costituisca un enorme bagaglio culturale di cui non riuscirà mai a separarsi. Le sue pagine sono intrise di rimandi religiosi, tra citazioni di testi sacri e rivisitazioni del simbolismo cristiano.

Per questo, oggi vorremmo parlarvi del significato che la Chiesa Cattolica assume nelle sue opere, prendendo a esempio quello che è probabilmente il suo lavoro più conosciuto: Ulysses. Un’opera letteraria divenuta quasi oggetto di culto, al punto da avere una festività dedicata, il Bloomsday , celebrato ogni anno il 16 giugno . In questa data, Dublino diventa una vera e propria meta di pellegrinaggio, con appassionati che si vestono in stile edoardiano, ripercorrono il tragitto compiuto da Leopold Bloom e festeggiano lungo le strade tra letture ad alta voce e drammatizzazioni.

L’assurdità coerente necessaria per dare una logica a Ulysses

Nell’opera semi-autobiografica A Portrait of The Artist as a Young Man, Joyce tracciava il cammino verso l’apostasia di Stephen Dedalus, giovane artista intrappolato nella fitta rete della religione, della famiglia e della nazionalità. Dallo stesso Stephen, in cerca di un padre spirituale che possa guidarlo, riparte l’opera successiva, Ulysses. Il romanzo si dimostra disseminato di riferimenti espliciti alla religione già a partire dalla sua struttura, che si rifà al mito greco da una parte e alla letteratura medievale dall’altra. Troviamo infatti una ripartizione trinitaria : tre blocchi (“Telemachia”, “Odissea” e “Nostos”), ognuno dei quali è formato da un numero di capitoli divisibile per tre. La trinità è inoltre richiamata dai tre protagonisti principali, di cui Bloom rappresenta il Padre, Stephen il Figlio e Molly una sorta di Spirito Santo. Questa rigida divisione è necessaria per governare il caos apparente che permea l’opera, per conferirgli logica e coerenza, riprendendo le parole di Joyce, che definiva il cattolicesimo “un’assurdità coerente” .

Ogni capitolo di Ulysses è scritto utilizzando una diversa tecnica letteraria; e non è certo un caso se la tecnica scelta per il primo capitolo è proprio la teologia. Lo vediamo fin da subito, con quell’ Introibo ad altare Dei pronunciato da Buck Mulligan; una formula che lascia subito intuire che stiamo facendo il nostro ingresso in una sorta di funzione liturgica parodistica.
E col procedere del romanzo, i riferimenti si fanno sempre più espliciti e dissacranti. Si passa dalla partecipazione dell’ebreo Bloom a un funerale cattolico all’attrazione velatamente sessuale di Stephen per la Vergine Maria fino ad arrivare al famosissimo capitolo “Nausicaa”, in cui le litanie intonate dai fedeli di una chiesa vicina fanno da sottofondo alle fantasie di Bloom che, sulla spiaggia, si abbandona all’atto della masturbazione. Scena, quest’ultima, a cui forse getta un occhio Yukio Mishima in Confessioni di una maschera, dove il protagonista scopre la masturbazione grazie a una stampa raffigurante San Sebastiano trafitto dalle frecce e disperde il suo seme tra le onde del mare.

Il doppio giogo di James Joyce

Al di là della trama e degli artefici letterari, è interessante analizzare Ulysses e tutta la produzione joyciana in un’ottica postcoloniale, che può aiutare a capire appieno anche l’importanza dell’elemento religioso. Per bocca di Stephen Dedalus, Joyce afferma: “I am a servant of two masters. The imperial British state and the holy Roman catholic church.”

Con Ulysses, l’autore irlandese lancia quindi un doppio atto di sfida, cercando la rottura con le due tradizioni che gli sono state imposte, in un tentativo di autodeterminazione culturale. La tradizione britannica viene affrontata con l’attenzione alle tematiche del folklore gaelico, i riferimenti alla lotta per l’indipendenza e le continue citazioni della vita e dell’opera di Shakespeare, fino ad arrivare alla disintegrazione del linguaggio come rifiuto della lingua inglese e, dunque, come atto politico. La Chiesa Cattolica, vista come sobillatrice di un nazionalismo sterile e bigotto, viene costantemente messa in ridicolo attraverso rappresentazioni grottesche e parodistiche.

In Joyce ritroviamo quello stesso dilemma che affligge da sempre i popoli colonizzati: intrappolati in uno spazio di confine tra la propria cultura di origine e la cultura imposta dagli egemoni, non riescono mai a definirsi pienamente come appartenenti all’una o all’altra. Joyce si allontana dalla Chiesa e dalla propria famiglia, ma l’unico modo che sembra conoscere per dare un ordine alla sua materia letteraria è quello di strutturarla secondo una simbolica intelaiatura trinitaria. Si ritira in un esilio autoimposto, lontano dalla sua patria, eppure quell’ odi et amor costante lo riportano sempre a scrivere opere intrise di un profondo spirito irlandese.

Ulysses: la scrittura come atto di ribellione

Se vi capiterà di rileggere i racconti di Dubliners liberi dalle imposizioni della vostra insegnante di inglese del liceo; se deciderete che è giunto il momento di affrontare A Portrait of the Artist as a Young Man o Ulysses, che da anni giacciono nella lista dei classici che ancora non avete avuto il coraggio di iniziare; se sarete addirittura così folli da addentrarvi nel mondo onirico di Finnegans Wake, vorremmo che lo faceste con questo pensiero.

Pensando a Joyce non solo come un abile sperimentatore, come un artista fuori dagli schemi, ma come un ribelle . Un rivoluzionario in grado di trasformare le pagine dei suoi libri in un’arena di scontro culturale; di ribellarsi alla tradizione linguistica e letteraria creando un proprio linguaggio intraducibile; di sfidare il bigottismo mostrando la simbologia religiosa attraverso una lente dissacrante. Di usare la scrittura come un atto ultimo di affermazione della propria identità.

Questo articolo è stato scritto da...

Sara Zarro

Signora Oscura

Tra le sue innumerevoli qualità si contano l'affinità fisica, psicologica e intellettuale con pony, ippopotami, nutrie ed esseri bassi e tozzi in generale; le doti comunicative con esseri inanimati quali orsetti peluche; la capacità di tessere relazioni amorose immaginarie con personaggi letterari o cinematografici dalla dubbia popolarità. Ma ha anche dei difetti.

Io credo nelle fate. Lo giuro, lo giuro!