Gli scrittori “migranti” hanno un modo tutto loro di sublimare gli influssi culturali e le esperienze biografiche nelle proprie storie. Talvolta ne derivano imponenti biografie, grandi narrazioni insieme intime e universali che mettono in scena la condizione dello straniero, del sentirsi al contempo parte del mondo intero e di nessun luogo. In altri casi, forse quelli più interessanti, l’elemento narrativo ha la meglio sull’aderenza al reale, le esperienze personali diventano spunti per raccontare storie, e quelle storie si trasformano in viaggi tra culture, vite, mondi nuovi. Ecco quindi da dove nasce il piacere di leggere opere di autori come Viet Thanh Nguyen, vietnamita cresciuto negli USA, o ancora di Igiaba Scego, italiana di nascita ma somala di discendenza, Guadalupe Nettel, vissuta tra il Messico e la Francia, Hisham Matar, cresciuto a cavallo di Stati Uniti, Libia, Egitto e Inghilterra. Sono solo esempi, nomi di scrittori che hanno saputo raccontarsi senza usare la prima persona, anche se alcuni di loro si sono concessi qualche eccezione per poter mettere nero su carta le proprie esperienze, prima di tornare alla narrazione di fantasia. Certo, la letteratura quasi di denuncia di Scego non ha nulla a che vedere con la delicatezza un po’ intima di Nettel o con la potenza drammatica di Matar, ma sono tutti accomunati da quel sentirsi stranieri che rende stranieri anche i personaggi dei loro romanzi.

La figura di Jhumpa Lahiri si inserisce quasi in punta di piedi in questo panorama multietnico. Anche se alcuni suoi romanzi toccano tematiche e sfumature un po’ dolenti della condizione dello straniero, il più delle volte si tratta di narrazioni delicate, plasmate dalle sfumature culturali dei paesi a cui è appartenuta o sente di appartenere. Leggere le opere di Lahiri in ordine cronologico permette quasi di cogliere quel percorso di crescita personale che l’ha accompagnata in giro per il mondo, tracciando un filo rosso che lega l’India, gli Stati Uniti e l’Italia.
I genitori di Lahiri sono infatti originari del Bengala Occidentale, ma lei è nata a Londra ed è cresciuta in America. Quando si approccia al mondo della letteratura scrive in lingua inglese, ma parla dell’India, di immigrati, di persone che hanno perduto la propria terra o che ne stanno scoprendo di nuove, per imparare a viverci o per conoscerle con distacco. La sua primissima opera è infatti una raccolta di racconti del 1999 intitolata L’interprete dei malanni (in Italia pubblicata da Guanda solo nel 2016), nove storie indipendenti accomunate però da un sentire comune, la potenza dei rimandi alla cultura dell’Asia meridionale, dove sono ambientati molti racconti o da cui provengono alcuni dei personaggi principali. Prime e seconde generazioni di immigrati sono coinvolte in piccoli o grandi problemi familiari, in grado di tracciare un affresco insieme universale e intimo dei sentimenti umani, determinati in gran parte da quelle inferenze culturali che plasmano la vita dei protagonisti. È anche per questo motivo che L’interprete dei malanni ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2000, coronando un esordio di grande successo.

Le prime opere di Lahiri sono così: un modo per intrecciare insieme India e Stati Uniti, parlare di gente in bilico, di culture che cercano compromessi per imparare a convivere. Nel 2003 esce L’omonimo (in originale The Namasake, Guanda), un intenso romanzo incentrato su un forte e radicato ideale di devozione familiare: tutto comincia con una coppia di indiani emigrati negli Stati Uniti, Ashima e Ashoka, che cercano di rispettare le tradizioni del loro paese di origine e delle rispettive famiglie. Per consuetudine e rispetto, deve essere la nonna di Ashima a decidere il nome del loro primo figlio. Il bambino nasce, in ospedale attendono di avere un nome da scrivere sui documenti, ma la lettera con il verdetto della nonna tarda ad arrivare. Giunti allo stremo, Ashima e Ashoka battezzano il piccolo con un nomignolo, ripromettendosi di cambiarlo appena possibile: Gogol, come lo scrittore. Il nome però non cambierà mai. La seconda parte del romanzo vede quindi il bambino crescere e farsi uomo, convivere con l’imbarazzo di un nome che è quasi una condanna, ma anche con tutto quello che accompagna la condizione di un immigrato di seconda generazione. I romanzi di Lahiri sono così: radicati in paradigmi culturali così naturali da apparire quasi scontati. Usanze come la cerimonia del riso per lo svezzamento dei neonati, il legame familiare che spinge genitori e figli a vivere sotto lo stesso tetto, i matrimoni combinati, lo stato di segregazione cui sono culturalmente spinte le vedove, sono tutti elementi che con naturalezza entrano dentro le narrazioni e le determinano.

Al tempo stesso, la storia dell’India e dei paesi limitrofi risuona in ogni opera, da quelle più lunghe e corpose come La moglie (2013, Guanda) a molti racconti presenti nelle sue raccolte, come il già citato L’interprete dei malanni o Una nuova terra (2008, Guanda). Le vicende storiche che hanno attraversato l’Asia meridionale talvolta irrompono nelle esistenze dei personaggi e le trascinano verso lidi inaspettati: ecco quindi che Udayan, uno dei protagonisti di La moglie, viene coinvolto nei moti comunisti che tra gli anni ’60 e ’70 hanno risuonato anche tra le terre indiane; o ancora la piccola Lilia, in uno dei racconti più riusciti di L’interprete dei malanni, segue senza comprendere la guerra di liberazione bengalese attraverso il telegiornale e i discorsi sofferti della sua famiglia emigrata negli Stati Uniti. Spesso però la Storia rimane solo sullo sfondo, lasciando spazio a tematiche più intimiste che si ricollegano spontaneamente a una serie di rimandi culturali fortemente legati soprattutto all’India, al Pakistan e al Bangladesh.

Tutto questo fino a quando il filo rosso non si tende, intrecciando agli USA e all’India anche l’Italia. Da diversi anni Lahiri ha cominciato a costruirsi una vita anche a Roma: niente la legava al Bel Paese tranne uno spontaneo e viscerale affetto alla lingua italiana, in nome del quale l’autrice è arrivata persino ad adattarvi la sua scrittura. I primi tentativi di conversione linguistica si sono concretizzati in un testo molto particolare, una lunga e frammentata riflessione su questa stessa metamorfosi: In altre parole (2015, Guanda) è una raccolta di brevi considerazioni, già precedentemente pubblicate sulla rivista Internazionale, dell’evoluzione del rapporto tra Lahiri e la lingua italiana. Dall’acquisto del primo dizionario bilingue al trasferimento a Roma, fino a un’importante riflessione sul “muro” che il suo aspetto fisico innalza con gli italiani. Tutte le difficoltà dell’adattamento che nei suoi romanzi più conosciuti avevano stravolto la vita dei vari protagonisti, in questo testo vengono riadattate, in termini comunque diversi, per parlare del rapporto che la stessa autrice ha con i tre paesi cui è più vicina. Da una parte l’India, la terra natia della sua famiglia, dove tutti sono convinti che una donna nata e cresciuta all’estero non possa parlare altro che l’inglese. Poi gli Stati Uniti, dove il nome e l’aspetto fisico la costringono a giustificare sempre il motivo per cui conosce l’inglese come una madrelingua. E infine l’Italia, dove il muro si alza ulteriormente, e le imperfezioni linguistiche si sommano a un aspetto fisico che richiama l’idea dello straniero.

Da allora Lahiri ha continuato a scrivere in italiano, all’inizio dedicandosi alla stesura di opere quasi saggistiche (Il vestito dei libri, Guanda, 2016), per poi tornare ai romanzi solo nel 2018 con Dove mi trovo. Una donna senza nome vive in una città ignota, che però ricorda Roma, le sue strade, i suoi bar, le sue atmosfere, ed è qui che la protagonista si racconta, stabilendo di capitolo in capitolo un contatto con un angolo nuovo della città. Una figura intellegibile che racconta la sua solitudine attraverso frammenti di vita, piccoli episodi o riflessioni personali. Un’opera quindi molto diversa da quella a cui l’autrice ci ha abituati scrivendo in lingua inglese, ma che proprio per questo potrebbe segnare un passaggio decisivo verso un nuovo modo di narrare. Non resta che attendere di vedere dove altro ci condurrà questo filo rosso, in che modo intreccerà il mondo, le sue culture e le sue sensibilità.

Questo articolo è stato scritto da...

Anja Boato

Collaboratrice

Un bradiposo abitante della nostra bradiposa giungla. Ovviamente, è una bestia da tastiera come tutti noi!