Ho pensato molto al tema di questo mese, “Il filo rosso”: “Quale argomento, che sia in linea con il tema di Novembre, potrei trattare?”. Pensando e ripensando, mi sono venuti in mente vari argomenti: il filo rosso dell’inconscio di Freud, che definisce il percorso psicologico di ogni individuo; “Le affinità elettive” di Goethe, in cui lo scrittore tedesco parla di un filo rosso che attraversava il cordame delle navi della marina inglese per essere distinte “Abbiamo notizia di un ordinamento particolare della marina inglese, per cui tutto quanto il sartiame della flotta regia, dalla fune più robusta alla più tenue, è ordito in modo che vi passi a traverso un filo rosso; questo non può essere tolto senza che tutto si sfaccia, e permette così di riconoscere anche i pezzi minimi come appartenenti alla corona". Oppure ho pensato alla leggenda giapponese in cui il filo rosso è quel filo invisibile che unisce due destini, due anime gemelle che prima o poi saranno destinate ad incontrarsi e a vivere il loro amore. Ma il “filo rosso” è stato utilizzato anche per alcune manifestazioni contro la violenza sulle donne. I casi di femminicidio e di abusi sono, purtroppo, in costante aumento al giorno d’oggi, e in Italia più del 70% delle donne subisce violenza psicologica e fisica da parte dei propri compagni.

Questo articolo non vuole basarsi su percentuali o sui numeri di abusi e femminicidi avvenuti in Italia o nel mondo, ma vuole trattare questo tema attraverso l’arte, o meglio ancora, di come alcuni importanti artisti hanno raccontato la violenza femminile nei propri dipinti o sculture. Protagonista principale sarà Artemisia Gentileschi, vittima di stupro nel 1611.

La violenza raccontata nella storia dell’arte.

Nella storia dell’arte sono numerose le opere che hanno trattato, come tema centrale, la violenza sulle donne: voglio prendere come primo esempio il mito del “Ratto di Proserpina”, che raffigura la dea greca (Persefone) e regina degli Inferi, che fu rapita da Plutone (Ade) invaghitosi di lei. È questo un racconto che ha ispirato molti artisti, sia nel campo pittorico che in quello scultoreo. Ricordiamo, ad esempio, l’affresco di Luca Giordano realizzato tra il 1682 e il 1685, o il dipinto di Rembrandt del 1632 conservato in uno dei Musei Statali di Berlino e il gruppo scultoreo del 1621-1622 di Gian Lorenzo Bernini, conservato alla Galleria Borghese di Roma.

Quest’ultimo è sicuramente una delle più famose sculture della storia dell’arte, nonché uno dei lavori più noti del Bernini. È una scultura a tutto tondo, in cui i personaggi sono facilmente riconoscibili grazie ad alcuni attributi scolpiti (lo scettro e la corona di Plutone, Cerbero e le sue tre teste). Ciò che più colpisce in quest’opera, come in tutte le opere di Bernini, è la capacità di raffigurare l’azione che si sta svolgendo: Proserpina viene presa con una tale violenza da Plutone che affonda le dita delle mani nella coscia sinistra, per tenere salda la presa mentre la giovane cerca di liberarsi dalla stretta del dio. Nel volto di Proserpina si legge tutta la sua angoscia e agitazione per quello che sta accadendo e il suo sguardo è uno sguardo che invoca aiuto (nel mito ella cerca di attirare l’attenzione della madre Cerere) per cercare sfuggire a quello che l’attende.

Altro esempio è “Le viol” di Edgar Degas, realizzato tra il 1868 e il 1869. Devo ammettere che, prima della mia ricerca sulle opere d’arte a tema violenza femminile, non ero a conoscenza di questo dipinto, e devo dire che è stata una piacevole scoperta per i miei “gusti artistici” (parliamo pur sempre di Degas!).
L’Intérieur (così fu chiamato originariamente dall’artista francese) è uno dei dipinti in cui si nota maggiormente la predilezione di Degas per la luce notturna e per i giochi di luce ottenuti dal colore nero e dall’ocra, che permettevano la realizzazione di una luce artificiale “più naturale” e ben lontana dalla matrice impressionista del suo tempo, che si riversava più sulla realizzazione di colori catturati dalla percezione visiva, en plein air (all’aria aperta). La scena dello stupro è ambientata in un luogo chiuso, in una stanza illuminata dalla luce dell’abat - jour posto sul tavolino al centro della scena e vicino al quale appare la donna seduta su una sedia, tristemente afflosciata sullo schienale vestita solo con una sottoveste bianca e con le gambe coperte da quella che sembra una coperta rossa. Sulla destra appare un uomo, con le mani in tasca, che osserva con sguardo freddo la giovane. È il suo carnefice.

Spesso la vittima conosce i suoi carnefici: il caso di Artemisia Gentileschi e Agostino Tassi.

Come tristemente apprendiamo dalle notizie di cronaca, spesso la vittima conosce i suoi carnefici: mariti, fidanzati, parenti, amici sono i principali aguzzini che si macchiano della violenza psicologica, fisica o di omicidio nei confronti della donna. Situazione confermata anche da un rapporto del novembre del 2019 della Polizia di Stato, in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.

Conoscente era anche Agostino Tassi, pittore tardo manierista attivo tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600, carnefice di Artemisia Gentileschi.
Artemisia fu una pittrice italiana di scuola caravaggesca attiva nei primi anni ’60 del Seicento e figlia di Orazio Gentileschi, anch’egli pittore. È a lei che dedico questo articolo. Ella si formò nella bottega del padre giovanissima, in un periodo in cui i lavori del Gentileschi iniziavano a essere riconosciuti e molto apprezzati nell’ambiente romano e le commissioni crescevano sempre più rapidamente. Dal padre, Artemisia apprese come scegliere e preparare le tele, i colori, come estrarre e purificare gli oli; tutti metodi e tecniche che le servirono per mettere in pratica il suo talento di pittrice sia quando realizzava copie di xilografie o di lavori realizzati dal padre e aiuti, sia quando iniziò ad aiutare Orazio nella realizzazione delle commissioni richieste.
La bottega di Orazio Gentileschi era un ambiente dinamico che si inseriva perfettamente nel tessuto economico e sociale della Roma del ‘600, influenzata soprattutto dalla maniera di Caravaggio di cui sia Orazio che Artemisia furono seguaci. La critica colloca l’ingresso nel mondo dell’arte di Artemisia nel 1610, quando realizza la celebre tela “Susanna e i Vecchioni”, tela molto discussa sia per l’iniziale attribuzione (alcuni critici attribuivano la tela sia ad Artemisia che a Orazio), sia perché è stata considerata come la prima opera in cui Artemisia esprime tutto il suo disagio per la sua condizione di donna molestata da parte di Agostino Tassi, a quel tempo collaboratore di Orazio e assiduo frequentatore di casa Gentileschi. Alle iniziali molestie seguirà, nel 1611, lo stupro da parte del Tassi nei confronti di Artemisia. Solo un anno dopo, nel 1612, si aprì il processo contro Agostino, il quale cercò di difendersi in tutti i modi dall’accusa di violenza e screditando la giovane Artemisia (complici anche due conoscenti dei Gentileschi) accusandola di essere stata “troppo promiscua” nei suoi confronti. Il processo fu lungo e insidioso; si cercò in tutti i modi di screditare la Gentileschi e addirittura la giovane fu umiliata con la tortura dei sibilli (i due pollici venivano legati alle falangi con delle cordicelle che, grazie a un pezzo di legno, venivano strette fino a provocare dolore e sanguinamento), pur di farle dire la verità e da una visita ginecologica per appurare se fosse stata effettivamente violentata oppure no.
Il processo terminò con una condanna di reclusione o di esilio per il Tassi, che scelse l’esilio, a differenza di Artemisia che ne uscì profondamente scossa, umiliata e bollata come prostituta.
Ed è proprio a causa di questa profonda umiliazione subita che la Gentileschi inizierà a dipingere opere in cui esprime tutto il suo disagio e la sua rabbia di donna molestata e abusata.

“Giuditta e Oloferne” e “Giaele e Sisara”.

La prima opera in cui vediamo tutta la rabbia e il disprezzo di Artemisia per quello che le era accaduto è la tela raffigurante la decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta. Esistono due tele che hanno per soggetto il medesimo racconto biblico: la prima fu realizzata tra il 1612 e il 1613 e oggi è conservata al Museo di Capodimonte di Napoli; la seconda, invece, fu realizzata intorno al 1620 per Cosimo II de’ Medici e conservata, oggi, alla Galleria degli Uffizi di Firenze.
La tela di Napoli fu realizzata proprio successivamente allo stupro, subito e durante il processo, mentre quella di Firenze è datata quasi dieci anni dopo gli eventi. In entrambe, è raffigurato il momento in cui Giuditta, aiutata dalla sua ancella, decapita il generale degli assiri Oloferne, disteso sul letto, che con sguardo disperato guarda la donna che lo decapita con un gesto netto e sicuro. È una tela di dimensioni più piccole di quella di Firenze. Quest’ultima, oltre che per la dimensione, si differenzia alcuni elementi: ci troviamo sempre davanti a una scena notturna, forse più enfatizzata rispetto alla tela di Napoli, scena raffigurata più da lontano e con più elementi visibili (il letto su cui giace Oloferne, ad esempio). Anche la scelta dei colori degli abiti dei personaggi è differente: nella tela di Napoli Giuditta indossa un abito blu e la sua ancella un abito rosso, mentre in quella di Firenze l’ancella indossa un semplice abito bianco con alcuni elementi in rosa sulle maniche e Giuditta un abito giallo con elementi rossi sulle maniche, in più si nota un bracciale al braccio sinistro. Altro elemento sicuramente da evidenziare è la spada con cui Giuditta trafigge Oloferne, che risulta più piccola nella prima versione della tela. È evidente l’accostamento al dipinto di medesimo soggetto di Caravaggio del 1597.

Nella tela di “Giaele e Sisara”, sempre realizzata intorno al 1620 e dunque contemporanea alla “Giuditta e Oloferne” degli Uffizi, Artemisia racconta sempre il suo immenso disagio, ma toni meno “violenti” rispetto alle due tele citate sopra. Questa tela racconta, in un clima di tranquillità e serenità, come il personaggio biblico Giaele uccise nel sonno il generale cananeo Sisara. Nel dipinto entrambe le figure sono raffigurate sul pavimento (Sisara dormiente e Giaele inginocchiata) e, a differenza della Giuditta, la scena si svolge prima dell’uccisione del generale. Giaele, vestita con un abito nero e giallo con maniche bianche, sistema con la mano sinistra il picchetto di metallo sul collo di Sisara, mentre tiene con la mano destra il martello pronto per battere sull’oggetto metallico che ucciderà l’uomo. Sullo sfondo è rappresentata una colonna dove compare il nome di Artemisia e l’anno di realizzazione della tela.

La condizione di disagio vissuta da Artemisia durante gli anni successivi allo stupro è una condizione che purtroppo è ancora comune a molte donne. Spesso si ha paura di voler denunciare i propri aguzzini, sia perché non ci si sente protette abbastanza, sia perché si ha paura di passare per “quella che se l’è cercata”. La violenza non ha mai giustificazioni. Negli ultimi anni numerose sono le associazioni che si sono occupate di supportare le donne vittime di violenza. Non bisogna mai cedere alla paura e bisogna denunciare sempre chi molesta e chi abusa.

Questo articolo è stato scritto da...

Mariana Palmentieri

Autrice

Il pianeta delle libellule danzanti era troppo noioso per lei: zaino in spalla e macchina fotografica al collo, si parte per la Terra! Accolta da monumenti, musica rock e bontà culinarie, la libellula ha deciso di stabilirsi su questo strano pianeta abitato da strani esseri viventi per studiare e scoprire la cultura del pianeta blu!

P.S. datemi una pizza e nessuno si farà del male.